Recensioni

6.8

Guai a sottovalutarli, i Rez. Malgrado due prove non proprio entusiasmanti, la furibonda attività marketing e le infinite ristampe e side project multimediali, i quattro di San Francisco, a circa un anno di distanza dal precedente Animal Lover,ci riprovano riuscendo a stupire dove prima avevano deluso (o confermato un’autoreferenzialità eccessiva). Anche nel nuovo capitolo regna l’aplomb teatrale, il concept album performativo e musicale assieme, lo show tragicomico ad alto tasso di pathos, espedienti ai quali i Nostri sono affezionati fin dalla fine degli Ottanta; eppure, già dalla trama, il discorso sembra vincente e tale si confermerà.

Tweedles, liberamente ispirato a John Wayne Gacy (un serial killer che aveva lavorato come pagliaccio), è un clown e assieme un vampiro. Non un succhiasangue ma un mostro che si nutre di sentimenti,  che usa l’amore per ottenere in cambio potere. È l’ennesimo spunto al macrotema, un pamphlet sulla sessualità e sull’ossessione d’amare, dell’alienazione del sesso-plastica, l’ennesima piega di una società non troppo diversa da quel mondo b-movie horror da sempre inscenato dal combo.

Registrato in Transilvania in seguito a una di quelle classiche vicissitudini-peripezie che fanno il mito, l’album –  che si avvale dell’ottimo contributo della Film Orchestra  di Bucarest –  suona molto lontano da Duck Step e dalla musica sketch (eccezion fatta per Elevation); torna piuttosto a testa alta al format Wormwood, ma senza perdere di vista gli arrangiamenti.

Mark Of The Male (la parte dove il protagonista accarezza l’idea di diventare un serial killer) funziona alla grande: proietta un riff di synth acquoso su un muro nudo d’industrial Chrome fatto di cadenze possenti, improv chitarristici e kling klang. Buoni anche tutti gli episodi che scoperchiano il dub gotico di marca Scorn (Life) come quello etnico à la Laswell (tracce di Material in Elevation). Tra le bad side (e ce ne sono) non si nascondo le ostinazioni della vecchiaia: Isolation è il classico interludio rez tastieroni, suspence e rullo di tamburi (sentito mille e più volte), Ugly At The End l’altrettanto abusato tribalozzo balinese con coraccio straziante in falsetto. Fortunatamente però un brano come Stop Signs è la dimostrazione di una senescenza ancora lontana.

Si può sempre cavare qualcosa di nuovo dal tipico sostrato angelico-demoniaco dell’album “religioso”, portandolo magari verso una palude techno-tribale, oppure aggiungendo un effetto concreto… Lo zenit non dura a lungo, eppure quando l’equilibrio instabile tra i lirismi decadenti dell’Est, le spezie mediorientali e l’avant spettacolo s’innescano, Tweedles è davvero un bello spettacolo. Anche la storia del clown sessuomane così com’è, non è niente male (i testi di Brown Cow, Keep Talkin’ e Sometimes soprattutto).

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