• gen
    01
    2003

Album

Thrill Jockey

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A poco più di due anni dal delizioso Oui tornano i Sea And Cake di John McEntire, Archer Prewitt, Eric Claridge e Sam Prekop, quattro signori musicisti con il vizio del pop "alto" e sottile. Volendo stringere le coordinate attorno a One Bedroom potremmo figurarcelo ad un crocicchio tra il jazz postmoderno di Donald Fagen, il pop frizzantello degli Xtc, la bossa cibernetica di Arto Lindsay e la levità serrata degli Stereolab. Però, come già accennato, ai quattro non fanno certo difetto talento e personalità, al punto che mettendo in fila i sette lavori sotto questa ragione sociale si intravede – anziché uno sventagliamento di stili altrui – un nitido percorso di ricerca e scavo, di ricchezza ed essenzialità che – sposata ormai definitivamente la brezza del tropicalismo – approda oggi ad una forma assieme compiuta e sfuggente, briosa e solenne, divertente ed eterea.

Mi sto facendo cullare parecchio da queste dieci tracce, le scopro discrete e intense secondo come dirigo l'attenzione, sia che mi faccia narcotizzare dal guizzante torpore dell'iniziale Four Corners o che insegua i nervosi filamenti di chitarra e tastiere in Hotel Tell, sia che tenti di individuare il limite in cui la voce di Prekop si assottiglia e disperde (come meravigliosamente avviene tra le inquiete svisate di Left Side Clouded) o che mi abbandoni al massaggio intimo e speziato del drumming di McEntire (mai così delicato, quasi timoroso di invadere la scena). Non una traccia povera, trascurata, debole: dall'impalpabile acquarello electro-funky di Le Baron (Notwist meets Brian Eno) ai palpiti folk in mutazione di Try Nothing, dal soul sprimacciato in salsa jungle di Shoulder Lenght al pop screziato e swingante di Mr. F (la cui verve auguro ai prossimi Belle And Sebastian), è tutto un trascolorare di piccole, dolci, grandi meraviglie. Che poi la title track e Interiors siano poste al centro del programma non stupisce affatto, essendo due tracce davvero stu-pen-de: trattasi la prima di una scoppiettante piantina bossa dalle trepide infiorescenze smooth jazz, mentre la seconda un ordito di mestizia e languore che rimanda curiosamente al Battisti di Neanche Un Minuto Di Non Amore, con Blue Melody di Tim Buckley a sorvegliare da lassù e una spruzzatina Kraftewerk a raggelare i landscapes, prima di scartare in avanti con un'accelerata degna dei già citati Stereolab.

E neppure stupisce il fresco understatement che sottende la cover di Sound And Vision, allibente parto del David Bowie berlinese qui spogliato del bieco marpionismo originale e reso fervida materia danzereccia, seppure ad altissimi livelli di cura e definizione. Insomma, statene lontani se siete di quelli che cercano in ogni disco un po' d'apocalissi o il segno d'una rivoluzione incipiente. Se viceversa gradite ogni tanto lasciarvi intrattenere senza troppo scendere a patti con le mollezze e i cedimenti del cosiddetto disimpegno, ma anzi tenendo ben sveglio il nervolino dell'intelligenza, fatelo vostro senza indugio.

 

21 gennaio 2003
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