• Giu
    10
    2016

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Warner Music Group

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Stiamo attraversando una lunga fase in cui la contemporaneità sancita dalle classifiche di vendita e di streaming da un lato continua a confermare il pessimo stato di salute delle chitarre tra gli ascoltatori passivi, e dall’altro parallelamente premia il grande rock dello scorso millennio, il vero dominatore in tutte le classifiche “catalog” (per la prima volta si vendono più album vecchi che nuovi) e protagonista assoluto tra i brani pre-2000 più ascoltati nelle piattaforme di streaming. In poche parole, il pubblico generalista vive nella convinzione – e gli articoli in pompa magna, purtroppo, aiutano – che il rock sia un carrozzone in fin di vita da omaggiare a piacimento con l’ennesima copia di The Dark Side of The Moon, con la presenza ad un concerto degli AC/DC o indossando una t-shirt dei Nirvana.

Se la sua presenza in contesti mainstream è sempre meno frequente, sotto il primo strato superficiale la musica guitar-oriented (in tutti i suoi volti) continua a regalare dischi di livello, realizzati da artisti anagraficamente ancora freschi. Lavori generalmente caratterizzati da un impatto innovativo piuttosto basso ma baciati tanto da una scrittura ispirata, quanto da melodie strutturate con gusto: album come Teens Of Denial, Suicide Songs, Singing Saw, Goodness, Puberty 2 o Cardinal sono solo alcuni esempi concentrati nella prima parte del 2016.

Un impatto innovativo piuttosto basso, una scrittura ispirata e melodie strutturate con gusto sono elementi riscontrabili anche all’interno dell’omonimo esordio lungo dei The Shelters, band californiana presa in tempo record sotto le ali protettive di mister Tom Petty e di Warner Bros. Se gli album elencati in precedenza possono vantare soluzioni non banali e tratti piuttosto distintivi, non si può dire lo stesso dell’opera prima di Chase Simpson e compagni: il rock proposto dai losangelini è infatti incastonato nella tradizione più didattica del genere, quella tutta riff ed energia. Comunque, le classiche ciambelle con il buco sono almeno una manciata, ad esempio la compatta Rebel Heart, in cui convivono una chitarra di scuola Beatles (quelli di Paperback Writer), uno spirito fondamentalmente garage e un chorus («She’s got a rebel heart. One day she’s gonna burn») a cavallo tra la glamorama 70s e un certo britpop della stagione d’oro. Atmosferiche le due tracce più distese e dal sapore heartland brandizzato Tom Petty (che è anche co-produttore dell’album), ovvero Gold e Down, in pratica una Mary Jane’s Last Dance con un ritornello più sguaiato. Riuscito anche il tentativo acido di The Ghost is Gone, forgiata nella psichedelia californiana tardo sixties – tra Doors e Byrds – e valida anche la cover da palude folk-blues di Nothing’ In The World Can Stop Me Worryin’ Bout That Girl dei Kinks.

Quando la situazione si fa maggiormente prevedibile (Surely Burn, Fortune Teller), il rock diretto del quartetto finisce per suonare quanto mai anonimo e vagamente anacronistico, perdendosi in soluzioni che potrebbero uscire dagli amplificatori di qualche band di provincia ferma ai gruppi di base (facciamo i Rolling Stones) o al massimo alla loro trasposizione moderna (facciamo i Cage The Elephant, i Black Keys o, peggio, i Jet).

Per tutti i figli del credo «It’s Only Rock ‘N’ Roll (But I Like It)» The Shelters è certamente un disco di mestiere che può regalare minuti piacevoli; a chi invece è alla ricerca di qualcosa di meno classico o comunque di più vicino all’odierna controcultura, consigliamo di rivolgersi altrove (e le alternative non mancano).

22 Luglio 2016
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