• Ago
    19
    2016

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Moshi Moshi

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Il quarto episodio della carriera degli Slow Club rimane in scia con quanto fatto precedentemente da Charles Watson e Rebecca Taylor, sempre pronti a riproporre un certo pop vintage che non sarebbe dispiaciuto a Burt Bacharach e a tutti gli artisti ai quali ha regalato partiture e arrangiamenti. One Day All Of This Won’t Matter Anymore è un disco sussurrato, da luci soffuse, non a caso si parte con Where The Light Gets Lost. Quello che gioca a favore degli Slow Club, ancora una volta, e che non li fa cadere nel vortice dei gruppi trascurabili, è certamente la scrittura. Un dono non da poco, soprattutto se si ascolta con attenzione il ricamo vocale e di ogni singolo strumento in Ancient Rolling Sea o in Come On Poet. Meno funzionale quando si cerca di fare il verso ad Adele in In Waves ma ugualmente apprezzabile, il duo britannico vive un paradosso: meno si pone l’obiettivo di fare pop e più escono fuori brani di qualità notevole. Sweetest Grape On The Vine è uno dei punti più alti di One Day All Of This Won’t Matter Anymore e a tratti sembra ricordare i nostri Dumbo Gets Mad, mentre Champion è forse il brano più rappresentativo del disco, con una chitarra che ripercorre in alcuni momenti il riff di I Wanna Be Adored degli Stone Roses.

Il quarto album degli Slow Club è con molta probabilità il loro miglior disco. In One Day All Of This Won’t Matter Anymore le incertezze del passato e l’ansia di dimostrare qualcosa vengono messe da parte per far posto a una scrittura pop di qualità.

20 Agosto 2016
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