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Arcana

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A fronte di un’autentica pletora di libri e articoli stranieri, le pubblicazioni italiane sugli Smiths non abbondano di certo; a parte un vecchio libriccino Arcana firmato da Alberto Campo, un appassionato volume di Daniele Cianfriglia edito nel 2007 da Nuovi Equilibri (Morrissey & The Smiths, gli ultimi inglesi) e alcune monografie (tra cui la guida pubblicata su “Rumore” dallo stesso autore di questo libro nel 2012, e la nostra di quest’anno curata da Nino Ciglio), uno studio di rilievo sui mancuniani mancava ancora all’appello. Probabilmente proprio perché si tratta di una sfida ardua: da un lato occorre confrontarsi con una mente e un universo poetico tra i più peculiari del rock, dall’altro addentrarsi in una selva di riferimenti culturali (non necessariamente letterari) che un italiano non può afferrare immediatamente, come i kitchen sink dramas, i drammi di Shelagh Delaney, le canzonette degli anni ’60 e altro; tutto parte di quella “complessa ragnatela di miti e riti atti a creare l’illusione di un rapporto esclusivo con ciascuno dei fan”, come spiega lo stesso autore nell’introduzione.

Lontano da toni agiografici e da compiacimenti stilistici, Ballani affronta l’impresa facendo leva su una prosa piana ed equilibrata, volta ad illustrare nella maniera più semplice, efficace e immediata i temi chiave della poetica di Morrissey anzitutto attraverso il dato più evidente ed eloquente: i suoi versi, ora dolcissimi ora crudi, ora colti ora triviali, di certo mai banali anzi mai meno che pregnanti, anche negli episodi più nascosti e meno celebrati. Al contempo, il libro prova a ricostruire storicamente e culturalmente l’epopea della band che forse più di altre ha definito il concetto di indie nell’Inghilterra degli anni ’80, ha ribaltato le convenzioni del pop d’autore, ha gettato le basi per nuovi modi di intendere non solo il rock ma anche ciò che vi gira intorno: il mercato, la discografia, i fan. La struttura del volume, che segue rigorosamente la pubblicazione dei brani su LP, non consente però una narrazione strettamente lineare dei fatti: si pensi a Hatful Of Hollow, in larga parte composto e registrato prima dell’album di esordio, o alle raccolte di singoli del 1987, che coprono un arco di eventi di un biennio abbondante laddove le facciate A, per motivi di tracklist, non sono in ordine cronologico; ciò rende a volte certi riferimenti poco chiari e non sempre si riesce a seguire il filo del discorso. Forse avrebbero anche meritato maggiore approfondimento certi aspetti relativi alla produzione e composizione ma, trattandosi di un volume sui testi, non possiamo certo farne un torto all’autore. Anzi, fedele alle fonti consultate, Ballani non manca di mettere in luce anche gli aspetti meno celebrati della storia, ricorrendo spesso a digressioni e ad aneddoti gustosi: la mancanza cronica di una figura manageriale adeguata, gli errori strategici, l’impreparazione dell’industria di fronte a un fenomeno di tale portata, nonché gli inevitabili scontri caratteriali all’interno e all’esterno della band.

L’impressione è quella di una rivoluzione meravigliosamente incompiuta, proprio come la personalità di Morrissey: contraddittoria, controversa, perennemente tormentata (come emerge dall’analisi di alcuni testi recenti della sua produzione solista, qui affrontata in una silloge degli episodi più significativi), mai appagata. A Murderous Desire vi racconta tutto questo con puntualità e leggerezza, catapultandovi nostalgicamente in un’epoca in cui “la musica aspirava ancora a cambiare la vita delle persone”. 

11 ottobre 2013
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