Recensioni

Passerai la vita pensando di non piacere alle ragazze perchè sei un nerd, ma io posso dirti dal profondo del mio cuore che non sarà per questo. Non piacerai perchè sei un grande stronzo.

La prima sequenza di The Social Network, film del 2010 diretto da David Fincher, vede Mark (Jesse Eisenberg) e Erica (Rooney Mara) che stanno conversando attivamente all’interno di un pub, davanti ad una birra che poi non verrà bevuta. Il dialogo, trascinato dalla fredda arguzia del ragazzo, è talmente serrato e tagliente che nessuno dei due riesce a distogliere lo sguardo l’uno dall’altro per più di una manciata di secondi, esattamente come lo spettatore che viene travolto dal fiume incessante di parole, sarcasmo e ambizione. «Tu mi sfinisci, uscire con te è come fare un’ora di step», dice Erica poco prima dell’ultima stoccata cinica e (forse) involontaria di Mark, per niente soddisfatto dal livello d’istruzione della ragazza (lei è iscritta alla Boston, lui ad Harvard). Lo scontro poi si avvia verso l’inevitabile finale, con Erica che rompe definitivamente la relazione con Mark. Se in volto non mostra particolare turbamento, è il resto del corpo a tradire la sofferenza del futuro fondatore di Facebook: dopo aver lasciato il locale, inizia una corsa contro il tempo per tornare nel dormitorio universitario, passando tra i vari parchi e edifici neoclassici del campus. 

Rooney Mara & Jesse Eisenberg. Still da “The Social Network” (2010). Regia: David Fincher Ph: Merrick Morton ©Columbia Pictures/Courtesy Everett Collection

David Fincher apre il suo ottavo lungometraggio nel modo più (post)classico possibile, con una sequela ininterrotta di campi e controcampi che tentano di ricreare visivamente la struttura battagliera della sceneggiatura da Oscar di Aaron Sorkin. Quando vediamo Mark camminare a passo svelto per il campus, accompagnato solo dai piccoli titoli di testa a comparsa e dall’indimenticabile colonna sonora (anch’essa da Oscar) di Trent Reznor e Atticus Ross, il cineasta di Denver lo segue da lontano creando una tensione che i conoscitori, anche occasionali, della sua grande filmografia possono riconoscere facilmente. Infatti sembra che Mark stia scappando da un’ipotetica “scena del crimine”, passando non visto tra la persone che (non) incontra per strada. Una volta arrivato in camera, accende il computer, si stappa una birra (la prima di una lunga serie) e parte la segnalazione cronologica dei vari step del film, una ricostruzione pedissequa di quello che seguirà e che sarà importante per le aule di tribunale. Confluendo da un luogo del delitto ad un altro, Mark compie lui stesso un crimine: sputtana la relazione con Erica sul suo blog (LiveJournal.com), hackera gli archivi della rete di Harvard e inventa in una notte un sito che mette a confronto le foto profilo (in gergo, facebook) delle studentesse dell’università (facemash.com). 

«Non arrivi a farti 500 milioni di amici senza farti qualche nemico» recita il poster ufficiale di The Social Network. Da questa frase si può intuire l’approccio che David Fincher, reduce dalla sua regia più importante Zodiac (2007) e dalla piacevole digressione fitzgeraldiana Il curioso caso di Benjamin Button (2008), ha usato per mettere in scena la divertente ma spietata pseudo-biografia di Mark Zuckerberg pensata da Aaron Sorkin. Ad oggi uno dei più importanti tra gli eredi spirituali di Alfred Hitchcock, Fincher mescola il genere che l’ha consacrato nel panorama postmoderno americano (il neo-thriller) con la ricostruzione storica di un evento (la nascita di Facebook) in grado di cambiare per sempre il nostro modo di vedere e esperire il mondo. Il nostro sguardo è infatti mediato costantemente da uno schermo (computer o cellulare), la nostra finestra sul cortile attraverso la quale ci affacciamo nelle vite degli altri (il cortile è il social). 

Andrew Garfield, Joseph Mazzello, Jesse Eisenberg. Still da “The Social Network” (2010). Regia: David Fincher. Ph: Merrick Morton ©Columbia Pictures/Courtesy Everett Collection

Nel caso di The Social Network, la vita spiata, smontata e ricostruita, su cui riversiamo i nostri più grandi sospetti, è proprio quella del Mark Zuckerberg di Jesse Eisenberg. “Colpevole o non colpevole?”. È questa la domanda che ci si pone con il procedere ritmatissimo (quasi sfiancante) della storia, divisa su più piani temporali scelti in base alle due cause legali che lo costringono ad un tavolo di discussione pieno di avvocati (prima dell’eventuale processo, quindi non si sfocia mai nel court drama). Più il film avanza spedito verso la conclusione, più vengono disseminati i vari indizi utili allo svelamento del mistero (la scoperta dell’assassino sì potrebbe anche dire): Mark ha davvero rubato l’idea ai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss (un divertito Armie Hammer nel doppio ruolo)? Mark ha davvero tradito la fiducia del suo migliore amico, nonché finanziatore principale di Facebook, Eduardo Severin (un grandissimo Andrew Garfield)? È Mark il grande mistero del film sia perchè in molti dubiteranno della rappresentazione di cui si fa portavoce (è così il vero Mark Zuckerberg?) sia perchè fino alla fine permane l’idea che l’antagonista della storia sia proprio il suo protagonista, esattamente come sarà anche per lo Steve Jobs di Michael Fassbender dell’omonimo film di Danny Boyle del 2015 (sempre scritto da Sorkin).

Vedendo la maschera impassibile di Eisenberg, il cui volto spigoloso e immobile combacia alla perfezione con l’idea quasi irrealistica del genio multimiliardario ma maligno di Fincher/Sorkin, non si può fare a meno di chiedersi cosa stia nascondendo, occultando, tramando, provando davanti al totale disfacimento dei legami affettivi. In questa ansia di conoscere e comprendere il vero volto dietro il profilo/maschera di Mark gioca un ruolo fondamentale anche il suo corpo “digitale”, in grado di muoversi fluido (come le informazioni che viaggiano non viste nella Rete) in un universo cinico, conflittuale, a tratti crudele, fatto però a sua somiglianza; per esempio il personaggio dell’ottimo Justin Timberlake, il viscido creatore di Napster Sean Parker, sembra sia più un frutto della sua degenerazione che un vero essere umano (sono tutti così nella Silicon Valley?). Inoltre quell’universo è tale perchè, da un punto di vista filmico, gode della meravigliosa fotografia di Jeff Cronenweth, già collaboratore di Fincher per Fight Club (1999): come se avesse voluto aggiornare le tonalità verde acido della trilogia di Matrix delle sorelle Wachowski (1999), Cronenweth si immagina un mondo liquido e scarnificato dai suoi colori più accesi, in un misto di verdi e celesti tenui, quasi sbiaditi, che richiamano l’inconsistenza del digitale; un’intuizione che riprenderà con Fincher anche per Millennium – Uomini che odiano le donne (2011) e Gone Girl – L’amore bugiardo (2014).

Justin Timberlake, Jesse Eisenberg. Still da “The Social Network” (2020). Regia: David Fincher. Ph: Merrick Morton ©Columbia Pictures/Courtesy Everett Collection

In conclusione, come in una di quelle strutture cicliche tanto care a Aaron Sorkin, per comprendere a pieno il motivo per cui ad oggi il film di David Fincher è uno dei film più importanti degli anni Duemila, bisogna tornare a quella discussione iniziale tra Mark e Erica. Se La Finestra sul Cortile di Alfred Hitchcock (1954) era un trattato sull’atto di guardare e, di conseguenza, su che cosa significa essere spettatori cinematografici (chi è il “guardone” per eccellenza se non lo spettatore che si infila nelle “vita privata” dei personaggi?), The Social Network va inteso come un incubo premonitore che mostra cosa abbiamo perso e che possiamo ancora perdere con un’invenzione come Facebook. Dal riflettere sulle logiche dell’osservare e dell’essere osservati si è passati al riflettere sulle modalità con cui si interagisce attraverso il computer, ovvero senza la presenza fisica della nostra persona e talvolta in balia dell’illusione e dell’inganno (chi c’è veramente dietro questo profilo?). E colui che ha inventato questa nostra nuova socialità è condannato ad essere la persona più sola di questo pianeta: è questo il suo vero crimine, contro sé stesso (ma non solo).

Ecco cosa smuove la vita all’università: fai sesso o no? Per questo si seguono certe lezioni ci si siede in un posto. TheFacebook girerà intorno a questo, si connetteranno perchè dopo la festicciola, forse, scoperanno/incontreranno una ragazza.

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