Recensioni

7.3

The Thing, come la strana cosa venuta dallo spazio, assume le sembianze di ciò di cui si nutre, ma solo temporaneamente, per rendersi familiare alla successiva preda, rivelando la propria essenza aliena e informe solo al momento opportuno. Secondo John Carpenter la creatura piombava su un avamposto artico norvegese, evidentemente occupato in quel momento da Mats Gustafsson (ottoni), Ingebright Håker Flaten (contrabbasso) e Paal Nilssen-Love (batteria), ovverosia il meglio del jazz scandinavo. Questa “cosa”, inizialmente sorta come un tributo a Don Cherry e al suo repertorio composto sotto l’influenza della scena di Stoccolma, in She Knows… (Crazy Wisdom, 2002) assumeva vagamente le sembianze di PJ Harvey nella sua To Bring You My Love, sguazzando nella massima eresia per il pubblico del jazz: la contaminazione col pop-rock. Live At Blå, testimonianza di una gig del 26 giugno 2003, parte proprio dalle note finali di quelle sessions, ossia da una Old Eyes di Joe McPhee (che era stato special guest di quell’evento oltre che del bellissimo Sounds Like A Sandwich EP in compagnia anche della Cato Salsa Experience, ndr) dilatata sino ad includere Haunted di Norman Howard e Cha Lacy’s Out East di Charles Tyler. Nella seconda “facciata” del disco occhieggia per qualche minuto l’eresia tanto amata dai tre vichinghi, questa volta nei panni di Aluminum, originariamente uno sgangherato semi-strumentale di White Blood Cells dei White Stripes , prototipo di quella che sarà la versione finita nell’ultimo album targato The Thing: Garage (Rune Grammofon; novembre 2004), il quale, includendo in scaletta oltre al suddetto brano anche un pezzo degli Yeah Yeah Yeahs e uno dei Sonics, si era attirato le lodi dei rockers (Mojo e Uncut) e l’esecrazione dei jazzers .

Aluminum prende forma dopo tre minuti di lento avvicinamento degli strumenti alla matrice blues, col sax di Gustafsson sorprendentemente nelle veci dei vocalizzi. Più che sdoganare il free-jazz al pubblico del rock come fecero gli MC5 con Sun Ra e come i Nostri tre hanno sostanzialmente fatto in Garage, in questo live compiono il percorso inverso, contrabbandando il garage-rock al pubblico del jazz anche se gli schiamazzi degli astanti farebbero pensare al contrario… ma il trio dopo questa breve parentesi si getta a capofitto nell’amato Don Cherry (Awake Nu, proposta anche nell’album s/t del 2001), integrato dal David Murray di Dewey’s Circle. Rock è forse la foga dei tre, con la quale lanciano i loro rispettivi strumenti giù per vertiginose erte che si incrociano di tanto in tanto dando luogo a improvvise collisioni. Il drumming devastante e mai domo di Nilssen-Love manda continuamente Gustafsson fuori dai binari quando il suo sax tenta lacerti di melodia, mentre le sferzate al basso ventre delle corde di Flaten fanno penetrare La Cosa nelle viscere dell’inerme pubblico. Free-jazz nero a suo tempo ispirato all’impro bianca, a sua volta suonato da bianchi alla luce del Sole di mezzanotte: l’invasione aliena è più subdola e problematica di quanto pensassi!

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