• nov
    09
    2015

Album

The Thing Records

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Come la “cosa” da cui prende il nome, il trio scandinavo formato da Mats Gustafsson (sax tenore e baritono), Ingebrigt Håker Flaten (basso e contrabbasso) e Paal Nilssen-Love (batteria) si adagia di volta in volta su coordinate sonore tra le più diverse, mantenendo il proprio essere basicamente un terzetto free-form e free-jazz, rude e felpato insieme. È successo in passato, in una mole di lavori notevole per la qualità media – si ricordi qui l’accoppiata con Neneh Cherry in quanto paradigma, ma anche le collaborazioni con Jim O’Rourke, Joe McPhee, Thurston Moore e via dicendo – e succede anche per questo ennesimo ritorno, figlio di session brevi ma intense (due soli i giorni in studio, agli inizi di giugno di quest’anno) e targato The Thing Records, la label di casa appoggiatasi alla austriaca e altrettanto coraggiosa Trost.

Una buona metà delle 7 tracce di Shake sono originali, mentre come d’abitudine, i restanti tre pezzi sono cover: cover personali, rese spesso in forme aliene rispetto agli originali e indistinguibili dalle rocciose eppure mobili composizioni dei tre. Se in passato era toccato a White Stripes e Lightning Bolt, Yeah Yeah Yeahs e Sonics, P.J. Harvey e Coltrane, questa volta tocca a Ornette Coleman (la Perfection che si accoda all’opener Viking Disco), il cantautore Wyrd Visions – al secolo, il canadese Colin Bergh – (Sigill) e addirittura i Loop di Robert Hampson, con una rendition di The Nail Will Burn condensata e panzeristica che nulla ha da invidiare, in quanto a potenza, all’originale.

La stessa “apertura” si riscontra nelle tracce originali, in grado di spaziare agilmente tra lunghe suite (i 13 minuti di Aim, in crescendo ossianico), momenti più riflessivi (Fra Jord Er Du Kommet), interplay al solito micidiale (Bota Fogo) e composizioni più tese e vibranti (la citata, cataclismatica Viking Disco, col sax impazzito di Gustafsson a mettere le cose in chiaro dall’attacco); tutto ciò dimostrando ancora una volta lo spessore di una formazione in apparenza estemporanea, essendo i suoi componenti impegnati a vario titolo in moltissimi altri progetti, ma invece in grado di dire molto dello stato attuale del jazz più avventuroso e ondivago.

13 dicembre 2015
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