• Feb
    03
    2013

Album

Wind-Up Records

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Stanchi dell’hype che coccola alcuni artisti ancora in fase pre-EP? I Virginmarys potrebbero fare a caso vostro: nati a Macclesfield nel lontano 2006 dalle ceneri di un’altra band, Ally Dickaty (voce e chitarra), Chris Birdsall (basso e cori) e Danny Dolan (batteria), sono stati protagonisti di una lunga gavetta caratterizzata da un continuo slalom tra EP autoprodotti e una intensa attività live sui palchi di mezzo mondo.

Dopo aver condiviso lo stage con nomi come Slash, Ash, Skunk Anansie e We Are Scientists – se state accostando VIRGINmarys a VIRGIN radio vi capisco – Dickaty e compagni pubblicano il primo vero album in studio, intitolato King Of Conflict, solamente oggi a sette anni dagli esordi.

Scoperti casualmente grazie ad un paio di banner-spot su Spotify, i Virginmarys sono la classica band che preferisce andare diritta al punto piuttosto che tentare sperimentazioni spinte da velleità innovative: è l’incarnazione del rock con tutti gli stereotipi annessi. In questo senso, ascoltando il singolo Dead Man’s Shoes è facile che la mente voli verso l’infausta memoria targata Jet, ma è meglio chiarire fin da subito che il rock d’impatto – sintesi di energia, chitarre retrò e melodia – del trio Macclesfield suona decisamente più genuino rispetto alla (ex)band di Nic Cester.

Riffame sporco e potente (Bang Bang Bang, My Little Girl) che incontra gesta hard-blues di taglio AC/DC e grandeaur anthemici in dimensione stadio (Dressed to Kill). Viene quindi fuori il doppio volto di una band che riesce a giocare le proprie carte migliori dal vivo, essendo adatta sia a situazioni da club-pub, sia a platee decisamente più vaste. Una realtà capace di numeri da classifica ma anche di abrasioni meno controllate (la ghost conclusiva Ends Don’t Mend). Il mixaggio adrenalinico dell’esperto Chris Sheldon aiuta a rendere King Of Conflict un disco che può mettere d’accordo tutti i fan del rock senza fronzoli: gli amanti del tiro di casa Foo Fighters, del garage-rock in zona Vines, degli anni ’70 e delle sue divagazioni chitarristiche e dell’MTV-rock fine ’90/inizio ’00 (Danko Jones, Backyard Babies).

Lungo le dodici tracce del lavoro – specialmente nella seconda parte – si palesano alcune incognite dovute ad una certa monotonia di fondo e a situazioni fin troppo prevedibili, le quali però non macchiano più di tanto un album d’esordio tutto sommato apprezzabile, soprattutto se si è devoti del rock.

15 Febbraio 2013
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