• Mag
    28
    2013

Album

Topshelf Records

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Quando mi sono imbattuto in An Autobiography degli Old Gray pensavo di aver trovato l’album emo&dintorni dell’anno. Mi sbagliavo: l’altrettanto autobiografico Whenever, If Ever, il disco di debutto The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die, ha fatto crollare le mie certezze.

Originari del Connecticut, i The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die (da qui in avanti TWIABPAIANLATD) sono qualcosa di più degli ultimi abili revivalisti della scena midwest emo di metà ani ’90. Dopo la classica e sudata gavetta tra demo ed EP (Formlessness del 2010 non passò inosservato), i TWIABPAIANLATD arrivano all’esordio lungo su Topshelf Records in formazione allargata – ora sono in otto – con tutta la voglia di compiere quel passo decisivo che nella copertina d’impatto coming-of-age prende le sembianze del tuffo che separa il mondo dell’adolescenza da quello dei “grandi”.

C’è il classico sapore agrodolce delle twinkly guitar, c’è il retrogusto cinematico del post-rock (l’opener blank #9) che sempre più spesso dimostra poter essere un ottimo alleato dell’emo nel ricreare visioni nostalgiche (“I stared out a lake off the highway in the West Virginia mid-day and it was perfect“), ci sono i richiami lo-fi/indie dei primi Modest Mouse nell’inno Gig Life (qui presente in una versione meno minimal rispetto al primo demo quasi interamente acustico), una grande (talvolta troppo) coralità e soprattutto una visione d’insieme votata alla completezza strutturale più che all’urgenza emotiva.

Chiariamoci: l’aspetto emozionale è certamente parte integrante della formula dei TWIABPAIANLATD ma è impossibile non rimarcare una complessità strumentale che, attraverso stratificazioni e ottimi inserti di violoncello, riesce sempre a raggiungere il climax dove serve, che sia al termine di un crescendo o l’esplosione di un chorus liberatorio (emblematica Heartbeat in The Brain nel suo riassumere le varie influenze della band). Anche un brano come Fightboat, che rischia di sfiorare pericolosi territori upbeat-emo anni zero, riesce a sorprendere grazie ad un utilizzo di fiati imprevedibile e per certi versi innovativo. Dettagli che, uno sull’altro, costruiscono l’impalcatura atmosferica di tracce come Ultimate Steve, realizzate giocando sui diversi layer che piano piano riempiono il suono.

Trentacinque minuti di enorme dinamicità all’interno di un flusso sonoro (You Will Never Go To Space inizia dove finisce Pictures of a Tree That Doesn’t Look Okay) che non annoia mai, anche nei transitori frangenti post-rock. A Whenever, If Ever non manca nulla per entrare nel cuore degli appassionati del genere – sia quelli che hanno vissuto sulla propria pelle l’epoca dei SDRE, Cap N’ Jazz e American Football, sia i nuovi adepti – ma anche di chi ha un debole per le sonorità di Explosions In The Sky e Mono. Dischi come questo dimostrano che con intelligenza, personalità e gusto è possibile scacciare qualsiasi critica legata alla natura derivativa della proposta.

9 Giugno 2013
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