Recensioni

7.2

Dopo un 2019 in cui per il gruppo pisano ricorrevano i 25 anni dalla formazione, i 20 anni dall’esordio discografico (anche se qualche fonte lo anticipa al 1998) e i 10 anni dalla definitiva svolta in italiano di Andate tutti affanculo (con conseguente, storica copertina sul Mucchio), ricorrenze festeggiate con la prima volta a Sanremo, la prima antologia retrospettiva, il romanzo-biografia omonimo del disco suddetto (con fatti e tempistiche leggermente adattati all’efficacia di un racconto comunque fedele allo svolgimento e al senso della loro storia) e un megaconcerto al Paladozza di Bologna; dopo una seconda parte dell’anno che è stata una pausa ma canonica, non più lunga delle altre, si riparte – o almeno quella era l’intenzione.

D’altronde Appino “scrive una canzone al giorno”, come dice l’ultima pagina del romanzo-biografia, e fedeli alla frase di Mark Twain “fai quello che non hai mai fatto” (che secondo il libro aveva ispirato la svolta del 2009), i Nostri avevano deciso di andare a registrare negli USA dal 19 marzo. Ma la pandemia ha fatto saltare i programmi e così, forte delle lunghe prove effettuate prima di partire, il disco è stato completato in modalità casalinga/remota, prendendosi più tempo per realizzarlo e meditarlo.

Appartiene al passato lo stile da Folk Punk Rockers, la musica semplice e stradaiola ben si accordava con i limitati budget per la registrazioni e la conseguente necessità di essere veloci, e stavolta il cambiamento che si avverte sembra figlio, oltre che del maggior tempo a disposizione, anche di una volontà di allargare gli orizzonti musicali, quella dimostrata andando a Sanremo con una canzone senza ritornello (e canticchiabile con una certa difficoltà), lontana dal Festival ma diversa anche dalle strutture consuete dei Nostri. Niente rivoluzioni, anche perché le canzoni lente e dilatate gli Zen Circus le hanno sempre fatte, né mancano nel disco le schiacciate sull’acceleratore, ed Appino è “ancora qui a domandarsi” (per dirla con Guccini), continuando a guardarsi indietro e intorno per provare a capire; ma è come se, liberi dal tassametro degli studi di El Paso che avevano prenotato, si fossero permessi di suonare e arrangiare con più rilassatezza, inserendo dettagli sonori inconsueti e tirando fuori canzoni le quali, tra le consuete arguzie testuali, qualche occasionale passo meno felice e tanti elementi riconoscibili, stavolta si prendono il lusso e il tempo rilassato da lockdown di uscire con calma, di crescere con gli ascolti.

L’iniziale Catrame, che parte solo voce ironizzando sulla diversa sensibilità presente rispetto a un tempo su salute ed altro per proseguire parlando di tumori, annuncia da subito, come la copertina, che questo è un disco nel quale le riflessioni sui propri errori, sulla necessità di accettarli e sul posto che ognuno ha nel mondo partono dal corpo: non è un inizio bomba come Catene che apriva il precedente, ma con passo maestoso e i cambi apre comunque bene le danze – e «se ci prendono per matti non preoccuparti / ci mettono un minuto a dimenticarti» ricorda un’osservazione di David Forster Wallace sull’inutilità di temere il giudizio degli altri, ripresa nel delicato singolo Appesi alla luna, mosso da arpeggi di acustica contrappuntati dell’elettrica di Motta.

Più classica, ma fluida ed efficace l’autobiografia “innocente” di Come se provassi amore, rock con occasionali e ben collocati dettagli elettronici, mentre Non sarebbe stata una scelta molto meno sorprendente per il Festival: tempo medio, parte come un efficace pezzo di pop italiano, solo che poi nel crescendo, invece di finire nell’insopportabile, cacofonica marmellata sonora satura delle canzoni da radio, fa uscire il rock, sia a livello di aggressività sonora che di contenuti («salvami dalla morale, dall’ubbidienza, dalla normalità fatta sentenza»). Bestia rara riaccelera, un rock in minore che nel ritornello gioca con gli elenchi (più Princesa, anche lì in qualche modo una donna fuori luogo, che non Rino Gaetano) e che si propone come una delle migliori del disco nel ritrarre una ragazza/donna la cui diversità entra in conflitto con la mentalità chiusa del piccolo luogo in cui è nata e cresciuta; nel finale c’è anche la voce di una donna che ha vissuto direttamente questo tipo di storia (dall’accento si direbbe originaria del profondo Veneto già ricordato da Vasco Brondi su Terra).

Ciao sono io si dipana tra dettagli sonori ironici, frammenti vari di ricordi e pensieri che oscillano tra scherzo e amarezza, con un ritornello melodicamente un po’ facile ma con una felice similitudine che riprende il tema dell’apertura («ti ricordi di me? Calciavamo palloni / sgonfi come polmoni»), Cattivo è un altro lento che canta di sensazioni di inadeguatezza e di ruoli sulle onde di un piano elettrico (e anche qui un ritornello un po’ troppo pop); 2050 sale di nuovo di giri per immaginare un futuro, personale, collettivo e di coppia, sempre con bilancio amaro («abbiamo fatto tutto, non abbiamo fatto niente»), prima del finale con la canzone che dà il titolo al disco: rilassata e dilatata, col gruppo che si abbandona al piacere di suonare (ce n’è una quasi su ogni disco del gruppo, ma su questo succede più spesso), secondo la band il titolo è una metafora del corpo, ma in questo testo sembra anche una cosa detta alla persona amata, vista come porto in un mondo che ispira quell’inciso in cui Appino, con una voce tra Vasco e Giorgio Canali, si lamenta, tra consapevole eccesso e reale convinzione, che «nessuno mi capisce / ma non è colpa mia /io cosa posso farci?»; una persona insieme alla quale dire che «se dicembre è il mese della fine / per noi è l’inizio, come Gesù Cristo»

Si conclude così questa nuova tappa del viaggio dentro di sé e fuori, nelle esperienze che formano: guardando avanti, se non proprio con ottimismo almeno con un po’ di forza e volontà di provarci; un viaggio svolto lungo una serie di canzoni tra le quali magari manca il pezzone tipo Catene o L’amore è una dittatura, e che in qualche passaggio scivola nel troppo facile, ma che mostra un gruppo che sta allargando le sue modalità espressive. Anche il ventennale di una carriera tra le più luminose dell’indie italiano, alla fine, può essere l’inizio.

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