• mar
    31
    2014

Classic

Universal

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«I Therapy? Ma sono uguali ai Green Day!». Ricordo quando ho sentito questa frase sul treno che mi portava al liceo. Credo di avere capito in quel momento due cose: che cosa voleva dire Andy Cairns quando cantava Trigger Inside; e che tra il sottoscritto e il resto del mondo c’era uno scollamento a livello estetico/musicale le cui conseguenze arrivano fino ai nowadays. Magari non saranno stati dei giganti assoluti, però i Therapy? dell’anno 1994 interpretavano alla perfezione lo Zeitgeist alternativo dei primi ’90. Suonavano – cosa che fanno tuttora – musica distorta e orecchiabile piena di adrenalina, pop-punk con chitarre toste linkate al metal più asciutto ed evoluto come a certo noise. Una combinazione perfetta per i tempi ma assolutamente godibile tuttora (e non è solo nostalgia….). Sotto questo aspetto Troublegum è stato l’album della svolta, il disco che per il power trio di Belfast ha consolidato la cifra stilistica portata avanti con qualche aggiustamento fino ai giorni nostri, ma soprattutto quello con cui Andy Cairns e soci sono rimasti nel cuore di molti.

Un disco di culto per gli adolescenti dell’epoca tra camicie di flanella e spirito dark, anche perché dell’adolescenza, segnatamente di quella maschile, tratteggiava un diario bruciante e realistico – proprio perché un po’ distopico – che andava dall’alienazione mentale ai rapporti tormentati con l’altro sesso e alla Weltanschauung in generale [Shouting at the world you’ll never change but it’s what’s inside you’ve got to rearrange, ci si sentiva proprio così]. Leggiamo oggi nel booklet della ristampa in 3CD che Cairns aveva scritto un concept ispirato alla sua esperienza di adolescente nell’Ulster. Ma che fosse un racconto di quell’età non c’era neppure bisogno di andarlo a cercare. I Troubles (quelli storico/politici) e il mondo esterno in generale non sono menzionati se non visti dall’interno.

Formati a Belfast alla fine degli anni ’80 da Andy Cairns, cantante, chitarrista e principale songwriter, dal bassista Michael McKeegan e dal batterista Fyfe Ewing, i Therapy? si erano fatti conoscere con due mini album per l’etichetta Wiija collocandosi al crocevia tra l’indie rock e il metal, da una posizione tanto diversa rispetto al grunge quanto eccentrica tra i gruppi del Regno Unito (il britpop non abitava certo da queste parti), considerando che il loro background musicale era per buona parte di estrazione americana. Il primo album Nurse (1992) li dichiarava affiliati al rock postindustriale di Ministry e Big Black e introduceva aperture melodiche in stile Jane’s Addiction/Nirvana.

A partire dagli EP che lo precedono e dai singoli scelti, Troublegum si rivela subito un altro discorso. I brani di punta sono canzoni più melodiche e immediate. Viene meno anche una caratteristica dei primi Therapy?: i ritmi funky e ballabili in stile industrial seconda maniera (vedi Teethgrinder, la loro “hit” prima di Screamager) sono spianati in una ritmica rock più lineare. Tanto la durata standard dei pezzi quanto le armonie aderiscono al formato pop-punk da tre minuti. I capolavori del disco recuperano influenze primigenie nella scrittura di Andy Cairns: ci sono i Joy Division in versione hardcore in Screamager (te ne accorgi se la suoni) prima ancora che nella cover di Isolation, e gli Hüsker Dü metallizzati (o helmettizzati) nella bellissima Nowhere.

Tante belle frasi melodiche inserite in mezzo ai riff stile elettroshock (catchy nonostante la pesantezza) e ritmi da headbanging descrivevano in musica la nevrosi adolescenziale in una maniera allo stesso tempo durissima ed estremamente orecchiabile, pesante, melodica, catartica e liberatoria. Con un suono e un mood che più anni ’90 non si poteva e tuttora non si può, ma che aveva da dire qualcosa di definitivo su una certa condizione psicologica (e più probabilmente, dell’anima).

Con la sua apologia della teenage angst, Troublegum ha ottenuto un risultato importante. A suo tempo dimostrò che pop metal non è una parolaccia – e nemmeno due parolacce messe assieme –, che non c’entravano niente i Bon Jovi (per fortuna), che i tanti ritornelli o il memorabile bridge di Stop It You’re Killing Me uniti a una robusta iniezione di noise, punk, dark e industrial davano quasi un senso al genere alternative. Quando esisteva ancora, e aveva un senso.

La ristampa celebrativa è in tre CD con aggiunta di remix, lati B e rarità. Materiale non indispensabile, a parte qualche chicca come la cover di Reuters dei Wire; unica, parziale scusante è il prezzo di un normale doppio CD, onesto se paragonato ad altre operazioni del genere.

4 giugno 2014
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