Recensioni

7.2

Basterebbe l’attacco claudicante di Desordem, chitarra slabbrata e cantilenare afasico più melodia che va e viene carsicamente, per accendere la lucina ai più svegli; oppure leggere chi ha prodotto questo (teoricamente, dopo Pràxis uscito solo in versione digitale nel 2011) secondo album lungo per il brasiliano Thiago Nassif e che, guarda caso, suona la chitarra anche nella già accennata opener di Três, oltre che co-firmare una buona metà dei brani del disco, ovvero sua maestà Arto Lindsay.

E la prospettiva da cui si muove Nassif e, di conseguenza, tutto questo ottimo album, è esattamente quella derivante dal riconoscibile imprinting dell’americano-brasiliano di adozione, declinato però in forme personali. Ovvero, mischiare grattugie, rumori, discordanze ma metterle al servizio di un cantautorato – alla fin fine di quello si tratta – che prende e ripensa la melodia, modificandola, adagiandola, adattandola a un costrutto musicale che se ne frega di regole e canoni. Tropicalia e no-wave, insomma, come stelle del mattino, anche se non in maniera così tranchant e riduttiva come si potrebbe pensare, visto anche il coinvolgimento di molti musicisti della nuova tradizione brasiliana, selezionati con cura da parte della strana coppia Nassif/Lindsay proprio per giocare con timbri e ricerca sonora, mischiare analogico e digitale, chitarre ed elettronica così come giocare con coppie dicotomiche di opposti come silenzio e melodia, assenze e pieni.

Ne esce un album veramente godibile, dagli umori vari e screziati, in grado di far convivere stati d’animo e situazioni sonore diverse e spesso oppositive, un po’ come immaginiamo accada in una terra contraddittoria e vasta com’è la terra d’origine del primo e d’adozione del secondo. Centro pieno e disco che si riascolta in loop.

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