Live Report

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“Sulla parete di fondo, piatta, decorata in origine dal Baratta, è dipinta una prospettiva architettonica che crea l'illusione di una profondità spaziale; anche il monumentale dossale è dipinto e incornicia la pala (olio su tela) del Venanzi raffigurante il martirio di Santa Cristina (il quadro presenta Cristina con il corpo già trafitto dalle frecce, mentre gli angeli portano la sua animula in cielo).” Sulla Chiesa di Santa Cristina, Parma

L’evento è unico, irripetibile. Da mangiarsi il futuro, le musiche a venire. Tim Hecker in Italia. In una chiesa. Consacrata. Fredda. Neppure illuminata. Illuminante. La forma del concerto poi, pipe organ solo. Della neve sciatta fuori, due candele immonde a riparare, lassù in alto, il musicista canadese. A difenderlo da tutto, sembrerebbe. Tutti danno le spalle all’altare, la messa è iniziata. “Si prega di tenere un comportamento rispettoso”, nei confronti di chi, qualcuno ridacchia. Tutto Ravedeath, 1972.

Appena il fischio malandato di The Piano Drop risale tra le navate le luci si spengono, lente lente. Il silenzio è gelato. Il trittico di The Fog è una successione di sassi in faccia, con le luci che provengono da via Repubblica a rischiarare lo spazio sotto il Nostro, a quattro metri d’altezza. Immobile, e a tratti, inumano. Sono sventagliate che fanno vibrare il legno, squarci di melodia affogati dal rumore. Minuti e minuti di carica inesplosa che riemergono ad ondate, come a grattar via l’intonaco sui muri di quel 1972. I tappi per le orecchie gentilmente forniti dall’organizzatore servono a qualcosa. I brividi serviranno pure loro a qualcosa.

Il suono è perfetto, destabilizzante. La marcia prosegue veloce – non c’è un attimo di pausa, il flusso quasi accalora nella sua brutalità – con Hatred Of Music, piccola gemma dell’album, e i suoi drone puntellati da una distesa di archi violentati, esorcizzati dall’organo, metabolizzati da Hecker, costretto in un paio di metri quadrati. Il riverbero arriva ovunque, lo sguardo è rivolto agli affreschi. La chiesa di Santa Cristina ribolle, c’è la sensazione del cosmo, c’è l’impressione di calore. Un soffio sulle candele e si spegne il concerto. Una resa live impressionante, accompagnata da una definizione di circolarità e di sospensione, difficilmente immaginabile, minuziosa e preziosa nella resa fluida, senza pause né orpelli. Tutto è concentrato. Nulla è pieno o vuoto.

Musica da sentire, da descrivere e da odiare, che libera e da cui liberarsi. Il punto di non ritorno di Sound Canvas di LiveAlive, rassegna che reinventa una città assonnata, ma non in coma. Il momento di rialzarsi e tornare a casa dando le spalle a tutto, tranne a Tim Hecker, a spasso infreddolito lungo via Farini. I suoi pensieri sono i nostri.

4 Marzo 2012
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