Recensioni

7.3

Non è inusuale che una star del grande e/o piccolo schermo decida di tentare parallelamente anche la carriera in ambito musicale. Di esempi più o meno celebri ne è piena zeppa la storia e non è neanche il caso di scomodare i più illustri: basti soltanto rimanere in ambito indie, dove in tempi recenti abbiamo assistito agli esordi di Zooey Deschanel (nel duo She & Him) o ancor più recentemente a quelli di Caleb Landry Jones (The Mother Stone) e Maya Hawke (Blush). Tim Heidecker è noto principalmente negli Stati Uniti per essere una delle personalità più illustri della rete Adult Swim (la stessa che trasmette Rick and Morty) e per i suoi programmi comico-satirici, specialmente in coppia con Eric Wareheim, ma è attivo anche in campo cinematografico, dove vanta apparizioni in film come Le amiche della sposa, Noi, Ant-Man and the Wasp e in The Comedy, di cui è protagonista assoluto.

La passione per la musica però non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma ha origini ben più lontane, addirittura precedenti alla sua attività principale di autore televisivo; come lo stesso Heidecker racconta al Washington Post, il primo approccio avviene quando da bambino fu costretto a rimanere in casa e divenne letteralmente ossessionato dai Beatles, tanto da spingerlo a voler sapere e informarsi su ogni piccola indiscrezione o curiosità sui Fab Four (passione condivisa col collega e comico Fred Armisen). Comincia così ad appassionarsi agli strumenti e milita anche in parecchie band dell’area di Philadelphia, adora i Teenage Fanclub e Jimi Hendrix, Van Morrison e gli Smashing Pumpkins. Ma le influenze maggiori, come si può notare da quest’ultimo Fear of Death, sono chiaramente di impronta più classica – The Band, Beach Boys, Crosby, Stills, Nash & Young, The Byrds -, tutte in uno stile reso perfettamente coerente dalla presenza in cabina di regia di Weyes Blood (Natalie Mering) e Jonathan Rado, due che hanno praticamente plasmato il sound à la Laurel Canyon in quel di Los Angeles (ascoltare Titanic Rising e Raw Honey per credere).

Così, dopo il duetto/cover di Let It Be, Heidecker e Mering (entrambi originari della Pennsylvania) entrano in studio di registrazione insieme e quel che ne viene fuori è un album corposo, realizzato con sincera passione; in definitiva, siamo dalle parti dell’omaggio puro a un’epoca lontana: i leggendari anni Settanta. Un concept album alla vecchia maniera, in cui potersi mettere in gioco e in discussione, in cui poter giocare al buono e cattivo tempo, dove l’armonia delle melodie tradisce l’inquietudine del testo, dove la voce della Mering è disseminata per tutta la durata del disco a mo’ di angelo custode dell’operazione. Dopo l’iniziale preludio (ai sentimenti), Come Away with Me detta il passo di questa cavalcata malinconica tra melodie wilsoniane e ballate country (come la nuova reiterazione della beatlesiana Let It Be), con il DNA Lennon/McCartney sparso per tutta la tracklist, con maggior enfasi sul primo (vedasi la wingsiana Long as I’ve Got You). C’è spazio anche per due brani scritti a quattro mani proprio con la Mering: Nothing, con quel suo incedere debitore il giusto verso Randy Newman, e Oh How We Drift Away, che ha tutta l’aria di essere rimasta fuori per un pelo dal Titanic Rising (un regalo coi fiocchi al collega e amico Heidecker, che ringrazia e porta a casa).

Gli album migliori sono probabilmente quelli nati per semplice dedizione e passione, dotati una spontaneità che se ricercata apparirebbe decisamente fuori posto. In Fear of Death tutto appare al posto giusto, perfino gli attimi più ammiccanti verso un certo pubblico nostalgico. Non è una rivoluzione, non vuole esserlo. È uno specchio su un mondo che non esiste più. Uno specchio ancora lucidissimo e riflettente l’immagine di coloro che ci credono ancora.

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