• Mag
    01
    2011

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I Tin Toys sono un quartetto locato a Ispra, cinquemila anime (più o meno) sulla riva del lago Maggiore. Due di loro li abbiamo già incontrati in altre band (il chitarrista Paco negli Hormiga, il batterista Fausto nei Violet Naif Implosion), uno (il tastierista Max) ha esperienze di soundtrack e musica sintetica, l'altra (la chitarrista e cantante Nathalie) è invece una perfetta autarchica che si è smerigliata i sogni nella cameretta (ottenendone in cambio una voce particolarissima, antigraziosa e suggestiva). Una combinazione eterogenea ma tutto sommato neanche troppo inconsueta, come ne capitano parecchie in questi tempi d'esplosioni ed implosioni tra globale e locale. Suona tuttavia particolare e particolarmente curiosa la loro proposta: undici tracce come giochetti allibiti, consumati sul crinale tra visioni sghembe e vampe emotive.

Alla luce della trepida disarticolazione della forma e del versatile armamentario cui ricorrono (violini, theremin, xilofoni, marimba, carillon, oscillatori, kazoo elettrico, Nintendo DS…) li diresti alle prese con dilemmi espressionisti dEUS, fregola cubista Gastr Del Sol e chincaglieria dada The Books, senza mai perdere il polso d'una rappresentazione che si vuole intensa e astratta, insidiosa e affabile. Talvolta danno l'impressione di mirare più in alto delle proprie possibilità, quasi finissero sopraffatti dalle intenzioni, come in quella specie di trip-hop avariato/nevrastenico di Lost In Koma. Proprio questo è però il nocciolo del loro fascino. Le canzoni sbocciano come creaturine vibranti e malferme, intuizioni che premono per assestarsi in una forma definitiva: vedi l'incedere jazzy affranto, claudicante e cibernetico di Next To The Moon, il camerismo appassionato e scorbutico di Sorry-di (immaginatevi Greg Dulli ipnotizzato dalle Amina), l'afflato freak bucolico e urgente di Xilofon, l'improvvisa agnizione melodica nel tramestio allibito di Pink.

In più, ti sembra d'indovinare retaggi Sigur Ros nel languore delirante della diversamente cinematica Lucky You, qualcosa di radioheadiano nell'irrequietzza di Lake, la palpitazione tenerella degli Smashing Pumpkins più fiabeschi in quella Zanzara che poi sbriglia l'estro in una galoppata polverosa (curiosamente simile ai Pearl Jam di Present Tense). Una dispersività destinata a riassorbirsi col tempo e la maturità, presumo. Mi chiedo: cosa succedera allora? Lo scopriremo solo vivendo, come diceva quel tale. Intanto, possiamo goderci l'accattivante anomalia del singolo Machine, reggaettino suadente e malsano con licenza d'esplodere.

Tirate le somme – per quanto possibile – questo The Best Food For Snake è una delle migliori sorprese dell'anno riservateci dal rock emergente italiano. E non solo.

27 Maggio 2011
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