• lug
    01
    1960

Giant Steps

Blue Note

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In Giappone ci sono individui o intere famiglie che scompaiono. Letteralmente. La sera ci sono, il mattino dopo non ci sono più. La causa principale va individuata nei debiti, altre volte in questioni d’onore. Va da sé che spesso le due cose coincidono. Persone che scompaiono, anzi: evaporano. Azzerano la propria esistenza per avviarne una altrove, su altre e spesso più modeste basi. Li chiamano johatsu, gli “evaporati”, appunto.  Anche nel jazz le evaporazioni sono frequenti. Gente che scompare. Musicalmente, ovvio. Ma un po’ anche a se stessi. In se stessi. Da se stessi. Ad esempio Tina Brooks. Tra gli altri.

Si fece luce durante i ruggenti fifties, Harold Floyd detto “Tina” per la sua magrezza (e perciò apostrofato “tiny”, o “teeny”, smilzo, sottile), nato a Fayetteville nel North Carolina nel 1932 ed emigrato in quel di New York nel ’44, nel pieno della febbre be-bop. Imbracciato il sax tenore, si barcamenò tra le istanze di senatori come Lester Young e Charlie Parker e le nuove soluzioni proposte da rampanti come Sonny Rollins e Hank Mobley, maturando in questo solco sospeso tra estro tradizionale e swingate più dure (con licenza di sperimentare) uno stile che non mancherà di convicere Alfred Lion, il quale lo recluterà nel già lussurioso roster Blue Note. Correva l’anno 1957.

Di lì a poco verranno le incisioni col chitarrista Kenny Burrell (Blue Lights) e soprattutto con l’organista Jimmy Smith (House Party, The Sermon! e Cool Blues), quattro titoli nel solo 1958, anno che lo vide altresì incidere l’opera prima come leader Minor Move, che però inspiegabilmente non ha visto la luce che nel 1980, in una stampa giapponese. Un disco evaporato, un johatsu che ha trovato nella terra del sol levante un modo per esistere. Per fortuna, considerata la qualità della proposta (calde trame hard-bop) e il personale coinvolto (vi bastino i nomi di Lee Morgan e Art Blakey).

Tina non si lasciò scoraggiare, anzi. Iniziò a lavorare con Freddie Redd e Jackie McLean, quindi piazzò la prestazione indimenticabile nello stupendo Open Sesame del nuovo fenomeno della tromba Freddie Hubbard. Pochi giorni dopo fu la volta della sua seconda prova come leader, e stavolta la Blue Note non si tirò indietro. True Blue vide un caricatissimo Hubbard ricambiare il favore, più una sezione ritmica di tutto rispetto come Duke Jordan (piano), Art Taylor (batteria) e Sam Jones (contrabbbasso).

Dei sei pezzi in scaletta, cinque sono firmati da Tina stesso. Splendidi, dalla felata e bluesy Good Old Soul all’eleganza cool in fregola latin tinge di Miss Hazel, passando dalla rumba languida e urbana di Theme For Doris al be-bop sbuffante di Up Tight’s Creek, fino ad una title track che smaltisce mambo con beffarda ostinazione e fatalismo implacabile. Hubbard fa frullare la tromba come un friguello elettrificato, con la febbrile (in)compostezza che ben sappiamo. Al contrario, Tina calca ogni nota come dovesse spalmarla sulla tela, imprimerla a fondo, impregnare la trama. La sua agilità è un prodigio perché contrasta con questo senso plastico, di stasi timbrica.

I rispettivi assolo dei due primattori si marcano, si guatano, si sfiorano armonici, rivelano una natura stranamente aliena e complementare. In Nothing Ever Changes My Love For You, traccia conclusiva a firma Jack Segal e Marvin Fisher, mettono in scena un cuore diviso e incrinato, cerchio fatuo di pulsioni swing e latine in cui ha buon gioco anche il piano di Jordan, spedito sulle tracce solenni e trepide del Duke per antonomasia (Ellington, of course). In poche parole: questo disco è un capolavoro. Che tuttavia arrivava in un periodo particolarmente fecondo per il jazz, impollinato solo pochi mesi prima dal monstre davisiano Kind Of Blue e in procinto di squadernare energie sempre più ardite e diverse.

In questo scenario formidabile, Tina Brooks l’introverso non trovò e non ebbe posto. Nell’ottobre inciderà un ancora superbo Back To The Tracks, seguito da un piuttosto sfocato The Waiting Game. Quindi, l’evaporazione. In una nuvola tossica e (perciò) problematica che gli consentì fantomatiche esibizioni nei club newyorkesi, spesso assieme a band dedite a sonorità latine ed errebì. Morì dimenticato il 13 agosto del ’74 per insufficienza renale. L’ultima evaporazione.

29 novembre 2009
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