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6.7

Immaginate una Joanna Newsom minimale. O, se avete l’immaginazione che galoppa, il frutto di una notte di sesso livido tra Nina Nastasia e Jason Molina. Oppure, se siete di quelli che amano farla piovere dall’alto, una Nico versante folk con lo charme parecchio sdrucito. Qualcosa di tutto ciò abita il repertorio (originale) di Jesy Fortino, in arte Tiny Vipers. La quale, armata di chitarra e un’anima da sbucciare, usava proporlo fino a poco fa su modesti palchi nei caffè e nei bookshop di Seattle. Finché la sempre attenta Sub Pop non ha deciso di scritturala, così da ritrovarci oggi a fare i conti con un’altra cantante cruda, ombrosa, evocativa. Dite che non se ne sentiva il bisogno? Può essere. Magari però concedete un orecchio alla fervida tenerezza valzer spalmata tra deserto mojave e praterie bretoni di On This Side, all’angoscia ingoiata da caligini sintetiche di Forest On Fire, al carillon indolenzito di Aron, al dondolio sperso e ieratico di Campfire Resemblance.

Chitarre perlopiù acustiche, dalla franchezza legnosa, al più una E-bow a carezzare i minimi palpiti di Shipwreck. La parca ma pregnante discrezione dei synth. Una voce che canta e controcanta peana agri, tra vulnerabile abbandono e carnoso malanimo. La scrittura scheletrica e tormentata, capace di allestire con Swastika una sorta di mini-suite, prima processione bigia poi folk arguto, così come la conclusiva The Downward giustappone folk angoloso, acida meditazione e malanimo rappreso in una lenta, suadente spirale. Ok, forse non ce n’era bisogno. Però niente male.

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