Recensioni

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Lunice e Hudson Mohawke con il progetto TNGHT all’inizio degli anni Dieci hanno preso la trap e l’hanno portata di peso nei festival EDM, con una ricetta tanto semplice e intuitiva quanto ri(e)voluzionaria: serpentine e 808, vocalizzi pitchati e build up, drop fragorosi pochissimi fronzoli. A seguire: un infinito stuolo di imitatori-fotocopia, la separazione e due carriere soliste più che valide (Lunice con l’ottimo CCCLX, Hudson Mohawke ancora più prolifico – ricordiamo il grime-gospel di Lantern) e firme apposte a fianco di alcuni dei nomi black più importanti del recente periodo (da Kanye West – vedi Blood on the Leaves – ad Azealia Banks). Ora, a sette anni da quel folgorante esordio, è tempo di comeback e sembra non essere passato un giorno. O meglio, si sente che è passato il tempo (niente più wonky, aquacrunk, footwork o cose che andavano tanto di moda al tempo), ma l’approccio è sempre quello. I due tornano a confezionare un EP di soli banger, macigni che si susseguono uno dopo l’altro con l’unico intento di divertire e sfondare gli impianti del prossimo festival. Come ci hanno abituati, nulla di sconvolgente: piuttosto, una serie di idee abbastanza canoniche da risultare azzeccate per la semplice genialità con cui vengono inserite dai due nella costruzione delle tracce.

Dollaz prende dei sample vocali e li looppa ad infinitum trasformandoli in un chorus martellante e inspiegabilmente catchy; l’irresistibile First Body prende un flauto, una drum machine e un sax sintetico e impacchetta una dancehall banger; Club Finger, pestona all’inverosimile, è pura carne da festival e segue idealmente Acrylics (l’ultimo singolo prima della separazione); poi arrivano la vagamente kanyesca What_It_Is, l’orgia post-trance a base di vocine pitchate di I’m in a Hole, e gli scampoli robotici à la SOPHIE di Gimme Summn. Ci erano mancati.

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