• Mar
    03
    2015

Album

Tin Angel Records

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Tom Brosseau è il giovane musicista più “vecchio stile” che si sia capitato tra le mani in anni di ascolti sistematici. Leggetelo come un complimento o come una dichiarazione di affetto sincero, conseguenza diretta del livello più che buono dei dischi pubblicati fino ad ora dal Nostro e da quell’alone “analogico” che lo stesso si porta dietro da sempre. Perfect Abandon, in questo senso, è l’ennesima tappa di un processo di lifting al contrario, teso ad invecchiare sempre di più (come si farebbe col buon whisky) l’approccio alla materia e a trasportare l’ascoltatore verso le radici – anche sonore – di quel folk minimale che da sempre Brosseau ha eletto a suo personale parco giochi.

Qui a produrre c’è John Parish, per un album registrato a Bristol in un vecchio cinema, con un solo microfono e in presa diretta, con i musicisti a spostare avanti e indietro – rispetto allo stesso microfono – sgabelli e strumenti, a seconda della dinamica da dare al pezzo. Il tutto con l’obiettivo di mantenere, attraverso un modus operandi “antico” e decisamente fuori moda, una sensazione di freschezza e un’atmosfera ancora più raccolta rispetto a quella degli album già pubblicati dal folksinger del Nord Dakota.

Brosseau, ovviamente, in tutto questo sguazza, consapevole di quanto il tenue incedere della sua voce e l’arpeggio sicuro della chitarra acustica – con in più alcuni flebili contributi di batteria, chitarra elettrica, contrabbasso, organo suonati da Davie Butler, Ben Reynolds, Joe Carvell e dallo stesso Parish – contribuiscano a rinsaldare quella sensazione di autenticità che si coglie nei dieci brani in scaletta. Materiale che fa della pacatezza un tratto distintivo e che riesce a regalare sapori antichi – talvolta al gusto “Nashville” – ammiccando al gospel (The Wholesome Pillars), sfociando nella spoken word (l’autobiografica Hard Luck Boy), puntellando con aromi Johnny Cash (Roll Along With Me), assaggiando il blues (Landlord Jackie) o magari ondeggiando a tempo in un valzer in punta di plettro (Tell Me, Lord).

Tutto scorre che è un piacere, senza che emerga la sensazione di avere a che fare con un’operazione discografica posticcia e furbetta. La verità, in effetti, è che potremmo continuare ad ascoltare il musicista per ore senza sentire il bisogno di cambiare programma o di tornare a inizio disco per cercare un brano in particolare da far ripartire. La virtù maggiore e l’unico difetto di Tom Brosseau.

20 Giugno 2015
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