• Mag
    19
    2009

Album

Universal Republic

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Con artisti che calcano le scene da molto tempo, ritrovarsi assume le forme del rituale. Li attendi al varco di un nuovo lavoro, soppesi le vicende che li hanno condotti fin lì augurandoti che non si tratti di un cartellino timbrato a onore del contratto. Con la Amos e il suo tormentato intimismo abbiamo trascorso parecchi momenti felici, addirittura esaltanti: il suo mettersi in gioco e a nudo con ogni canzone resta da ammirare a prescindere dai risultati, fossero anche quelli piuttosto legnosi del predecessore American Doll Posse.

Come quello, anche queste diciassette composizioni viaggiano sui binari di un “concept”, raccordate stavolta dalla tematica del peccato (ne fa fede il libretto interno, Tori fotografata in interni borghesi nelle vesti di dominatrice e colpevole, sirena oziosa e sensualmente pigra…). Elementi che, lo confessiamo, non lasciavano presagire nulla di buono, aprendo la via a ipotesi su concettualità eccessive e irrisolte. E’ bastata invece l’apertura Give – trip hop bristoliano cupo che persuade, dentro tinte spagnoleggianti, anche nel brano omonimo – a ratificare la rinnovata verve, a confermare una penna policroma e gli arrangiamenti elaborati con equilibrata perizia come da tempo non ricordavamo. Non mancano gli episodi in cui il consueto marchio di fabbrica (distillato personale e moderno dei Dna appartenuti a Joni Mitchell, Laura Nyro e Kate Bush) si mostra un investimento privo di rischi, nondimeno il livello – sentire per credere Ophelia e Maybe California – è tale da scansare stereotipi e fatica d’ascolto.

Guai a risparmiarsi, inoltre, perché ci vogliono un’ora e dodici minuti a percorrere Abnormally Attracted To Sin e apprezzarne, sul compatto resto, le Fast Horse e Welcome To England baciate da ritornelli perfetti e strofe dolci ma sprezzanti, gli orientalismi di Strong Black Veil e la sospensione di Flavor; piuttosto che una contorta eppure contagiosa Police Me, una That Guy trafitta d’archi tra cabaret e Tin Pan Alley, il folk-pop favolistico 500 Miles. Quando a fine corsa giunge Lady In Blue, sensazionale ascesa verso empirei jazz, comprendi la differenza tra il Genio di mezz’età e la mestierante col futuro davanti. Ti persuadi che queste ultime, di qui a vent’anni, un album siffatto ancora lo sogneranno e basta.

20 Agosto 2009
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