• Ott
    01
    2012

Album

Mercury

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La Tori Amos del 2012 decide di affidarsi a se stessa, ovvero di posizionarsi tra le confortevoli coordinate del proprio repertorio rileggendolo in chiave orchestrale. L'iniziativa si deve alla gratificante esperienza live con la Metropole Orchestra datata 2010, la qual cosa fa cadere fin da subito il sospetto che si tratti di un'operazione in scia a quelle analoghe ad esempio di Antony e Peter Gabriel. Sia come sia, anche in questo caso – come già per l'ex-Genesis e per l'efebico statunitense – il risultato è lusinghiero.

In mano ad artisti dotati di meno talento una scelta del genere potrebbe somigliare ad una digressione retrogada e anche piuttosto comoda. Oltre che una confessione d'imbolsimento senile. E un po' giocoforza lo è. Tuttavia in virtù della statura di Tori l'effetto ottenuto e d'un tuffo di testa nella dimensione del classico senza con ciò fare sconti alle inquietudini del presente. Vedi come in Yes, Anastasia sembrino fronteggiarsi il lirismo volatile Laura Nyro ed i tremori prewar PJ Harvey, oppure come Silent All These Years faccia pensare ad una Fryda Hyvonen rabbonita Eels (quelli "with strings", ovviamente), per non dire di quelle Precious Things e Flying Dutchman che spremono imprendibili (stra)visioni Kate Bush. E via discorrendo, per un totale di quattordici tracce che di certo solleticheranno timpani e cuore dei fan della prima ora, e che nel carosello di avanguardie e retromanie contemporanee non dovrebbero fare fatica a ritagliarsi un senso.

31 Ottobre 2012
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