• Dic
    09
    2013

Album
TOY

Heavenly

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Dare seguito ad un acclamato debutto non è mai semplice e lo è ancora meno farlo ad appena un anno di distanza da una stagione caratterizzata da una grande esposizione mediatica, come quella che ha coinvolto gli inglesi TOY nei mesi successivi alla pubblicazione dell’omonimo esordio. Per quanto limitato a territori extra-mainstream – anche se ora la band apre per i Placebo in mezza Europa – e ingigantito da un supporto degli addetti ai lavori italiani più forte che altrove, il fenomeno TOY non è passato inosservato, grazie ad un mix personale – e decisamente funzionale, in ottica trip – di psych-rock seventies, geometrie kraut, momenti di sintesi post-punk e di estasi fornita da tappeti synh-string ad ampio respiro.

Il più grande difetto del disco precedente era un apporto vocale qualitativamente non eccelso, un anello debole che si ripresenta inesorabile anche nel secondo capitolo Join The Dots. Non sorprende che ad aprire il disco siano i sette minuti strumentali di Conductor: è in questi frangenti che Tom Dougall e compagni sembrano avere una marcia in più. Le lunghe jam in feedback, i flussi spacey e l’ossessività kosmische muzik dettata da un preciso drumming sono materiali che i londinesi manipolano con incredibile facilità e risultati spesso sorprendenti.

Se è vero che quello che di primo acchito potrebbe sembrare un disco che non aggiunge molto a quanto già ascoltato, regala comunque situazioni più vicine che in passato alla floreale psichedelia anni Sessanta (As We Turn, You Won’t Be The Same), è anche vero che rimane l’amarognolo di un potenziale evolutivo tenuto un po’ troppo a freno: la pur buona title-track riassume questa immobilità, partendo da una bassline non distante da una Kopter in slow-motion, mentre Left To Wonder e To a Death Unknown hanno le sembianze di inconcludenti scarti del primo disco. Stringi stringi, allora, non rimane troppo da lasciare ai posteri: forse le distorsioni gaze e la – quasi giocosa – melodia di Endlessly, forse i quasi dieci minuti della conclusiva Fall Out Of Love (priva però della stessa forza trascinante di Kopter) e sicuramente Frozen Atmosphere, il brano meglio scritto dal punto di vista armonico, dotato di un floating-chorus di facile assimilazione.

Benché il batterista del gruppo Charlie Salvidge, durante l’intervista dello scorso dicembre, ci avesse già messo in guardia, ci aspettavamo comunque di più: chiedere una svolta radicale come fu quella dei loro cuginetti Horrors sarebbe stato forse troppo, ma il secondo viaggio astrale dei TOY oltre le porte della percezione ha comunque seguito coordinate non troppo distanti da quelle del primo lancio. Ed è un peccato, considerata la vastità dell’universo.

23 Novembre 2013
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TOY

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