• Ago
    25
    2017

Album

Domino

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L’Althaea Medicinalis, più comunemente e semplicemente nota come Altea, è un fiore della famiglia della Malvacee e, per quanto conservi un fascino esotico e peculiare, con quei suoi petali intonsi e dalle tonalità chiare, graziosamente dispiegati come la piccola mano aperta di una damigella, è comunque piuttosto diffusa e facilmente ritrovabile tra i viottoli di ghiaia di un giardino mediterraneo o nei prati rasi di un parco all’inglese: i Trailer Trash Tracys mutandis mutatis sono uno dei tanti “fiori” sbocciati nella fauna del post-pop e indie inglese da, diciamo, l’esplosione della nova-XX, che ha portato, con i suoi tormentoni crepuscolari ed un raro sentore di esistenzialismo 2.0, ad un nuovo corso in tale ambito, soprattutto tra le mura casalinghe.

Etichette come la londinese Domino Records, che fino a pochi anni prima si trovavano costrette a guardare oltre l’oceano per trovare nuova linfa e potenziali next big thing (Real Estate), pur contando sui propri cavalli di battaglia (Arctic Monkeys, Franz Ferdinand) e l’eclatante exploit di Jamie xx e soci, è tornata a fare scouting tra i locali di Camden e dintorni, scovando per l’appunto questi Trailer Trash Tracys che, freschi di contratto, hanno pubblicato nel 2012 un debut, Ester, con il quale già tracciavano nette coordinate sonore sulla propria mappa: un dream pop indigeno e sintetico dalle sfumature tendenti al rosa fluo, non troppo distaccate dai canoni del libro a cui, palesemente, traevano ispirazione. Gli anni passano e con Althaea, il nuovo album, qualcosa si muove: il principale compositore James Lee immerge la propria testa in una vasca di vibrazioni jappo-tropicali e capricci poliritmici, mentre la frontwoman Susanne Aztoria flirta con caldi gorgheggi vocali e slanci suadente à la Annie Lennox.

Qualcosa si muove, appunto, ma poco cambia, e alla fine la band prova a stupire con trucchetti vecchia scuola, inserendo qualche tocco elettronico che trasuda pacatezza seppur poca e reale voglia di correre e prendersi qualche reale rischio: l’ascolto fila per quanto a volte si inceppi in qualche cambio di passo forzato, in cui il duo saltabecca da fumosi scenari retrowave a lucenti nenie tropicali, senza quasi mai lasciare un segno di sé o una parvenza di profondità al loro passaggio; in generale, sembra di ascoltare una raccolta di b-sides dei Beach House imbevuta in una bacinella di aspra vaporwave da coffee shop (un’altra cosa che mi è venuta in mente durante l’ascolto è la geisha che compare sui led in Blade Runner).

Come il fiore di cui la nuova e confusa fatica porta il nome, i TTT sono uno dei tanti bei e promettenti pugni di petali sbocciati sul grande prato della scena britannica, eppur così comuni e poco peculiari, per quanto tentino di celarsi dietro a pose da film di arti marziali e colpi gobbi alla top 50 come il buon David Sylvian e i suoi Japan ai tempi d’oro.

Non una bocciatura, sia ben chiaro, ma il debito a settembre (o quando sarà) se lo prendono tutto: nella loro proverbiale mancanza di carisma e tratti distintivi, inconsapevolmente, i londinesi sono uno dei ritratti più vividi di come il dream-pop (o indietronica, o chiamatela come volete) non sappia più dove andare a battere la testa.

11 Settembre 2017
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