Recensioni

6.7

Non è la prima volta che i Travis inseriscono un numero nel titolo di un loro album – era già accaduto con 12 Memories (la dodicesima era una ghost track) nel 2003. Due tasselli di una carriera ormai venticinquennale che hanno in comune la scrittura dei testi affidata unicamente al leader, ma per il resto diversissimi l’uno dall’altro: laddove il quarto album della band scozzese mostrava una certa stanca e ansia da prestazione dopo il clamoroso successo di The Man Who (nell’interregno tra gli ultimi colpi di coda del Brit-pop e la nascita di band come gli Embrace, i Coldplay e i Keane) e l’accoglienza calorosa – anche in Italia – del successivo The Invisible Band, con atmosfere più cupe del solito e testi in cui si affacciava un’attenzione verso la politica e a temi come la violenza domestica, 10 Songs è l’album sereno, leggiadro e introspettivo di cui avevamo bisogno. “Dieci canzoni” (neppure “nuove”, parafrasando un disco di Cohen: semplicemente, canzoni), dirette, solide. Dieci “classiche” canzoni dei Travis, con una ricetta ormai collaudata eppure con qualche piccola novità.

«Mi sento un cacciatore di melodie», ha raccontato il leader Fran Healy, oggi 47enne. «Ma odio scrivere. Trovo che il 95% dell’atto stesso della composizione non sia per nulla creativo, spesso è come vagare nel buio. Quando scrivi una melodia davvero buona è come se trovassi un nuovo elemento nella tavola periodica, e bisogna scrivere centinaia di melodie scadenti per trovarne una che sia, appunto, quel nuovo elemento». Da sempre punto di forza e raison d’être dell’insegna Travis, la melodia qui spesso si insinua, pervade e mette radici: se non nasce dalla chitarra, si cambia la canna da pesca. «Per me il pianoforte è come la lingua francese. Non so parlarla, ma mi piace ascoltarla». E non ne avevamo mai così ascoltato tanto, in un disco della band.

Prodotto da Healy insieme a Robin Baynton – musicista e ingegnere del suono, già al fianco di Florence and the Machine in How Big, How Blue, How Beautiful – con i preziosi arrangiamenti d’archi di Sally Herbert (qualcuno la ricorderà nelle Banderas, one-hit wonder con This Is Your Life nei primi anni Novanta, e poi in veste di collaboratrice di Manic Street Preachers, Paradise Lost, Cousteau, Robbie Williams ma anche di Ren Harvieu e Woodkid nei loro ultimi dischi), 10 Songs è meno eclettico di Everything At Once, più elegante ed essenziale. Dura meno di quaranta minuti, il che permette di disporre comodamente cinque canzoni su ogni lato del 33 giri senza comprometterne la qualità del suono, e dà l’idea che sia stata effettuata una selezione severa. Per quanto non tutti i brani abbiano infine la medesima forza, non ci sono neppure riempitivi evidenti.

La chiave è la semplicità: Waving at the Window è sorretta da pochi accordi e da un arpeggio penetrante, una scena sonora avvolgente e una batteria trascinante, ma l’impressione è che si giochi tutto sulla strofa; funziona di più The Only Thing in duetto con Susanna Hoffs, cantante delle Bangles che ha realizzato una serie di dischi di cover piuttosto interessanti in coppia con Matthew Sweet (Under the Covers). Niente di civettuolo, ma si percepisce la stima reciproca tra i due e si mette a segno almeno una frase da Smemoranda («you are the record in the record shop nobody wants to buy»). Quasi sperimentale, per gli standard di Healy, la ruvida e quasi acida Valentine – che si colloca da qualche parte tra Politik dei Coldplay e Beetlebum dei Blur.

Vestita da AOR anni 80 à-la Christopher Cross, la carezzevole Butterflies è il ricordo di uno zio del frontman, mai conosciuto perché morto da bambino mentre inseguiva farfalle. Amy MacDonald ha spesso ricordato quanto i Travis siano stati una delle sue fonti principali d’ispirazione, e sembra quasi che questi abbiano deciso di sdebitarsi con A Ghost, quasi una risposta a This Is The Life della collega per una naturale chiusura del cerchio (curioso il video, alla cui realizzazione ha partecipato il giovane Clay Healy, figlio di Fran). Ma se volete un brano davvero da antologia, con un ritornello da dieci e lode, di quelli che stendono al tappeto, lo troverete in Kisses in the Wind. Funziona tutto, ma proprio tutto: la strofa appoggiata su una chitarra acustica, gli archi che la irrobustiscono un po’ alla volta e la leggiadra malinconia a braccia aperte della voce di Fran Healy, intatta anche nel falsetto. Si vola alto, tornando ai livelli dell’ottimo The Boy With No Name del 2007.

Lasciamo pure che si scherniscano nelle interviste, e che dicano che alla loro età è un miracolo se viene fuori un disco decente («è la legge del rock and roll, il tuo momento di gloria è tra i ventisei e i trent’anni, dopo sei fottuto»). Non c’è più il sacro fuoco che animava i primi singoli usciti nel pieno della Britpop-mania, né la freschezza dei successivi bestseller, ma in 10 Songs ci sono abbastanza motivi per non dare i Travis per finiti.

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