Recensioni

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Se dopo 25 anni di carriera e un atteggiamento principalmente defilato, ai margini, all’ombra perlopiù di band altisonanti come Radiohead, Oasis, Blur, e persino come quei Coldplay di cui furono una chiara forza ispiratrice, i Travis riescono ancora a raggiungere il vertice delle classifiche in patria (#5 in chart UK e #1 in Scozia) un motivo ci sarà, no? La loro non è la tipica storia da raccontare in un film, ma magari proprio per questo ne verrebbe fuori qualcosa di memorabile e non scontato. Dopo l’incredibile successo in rapida successione di The Man Who e The Invisible Band (nomignolo che farebbe da giusto sottotitolo a una messa in pellicola della loro storia), Fran Healy e compagni non sono mai stati tipi da montarsi la testa. 12 Memories stava lì a ricordare a ciascun componente che le parabole finiscono o prendono delle brusche interruzioni, ma non per questo bisogna perdersi d’animo o reinventarsi a tutti i costi: il prodotto è di qualità e la natura di quelle melodie è di quelle imperiture, dure a dimenticarsi.

Come accaduto anche per gli ultimi quattro album in discografia, i Travis tornano in scena in punta di piedi per diffondere un po’ di sana semplicità con dieci tracce dove la ricerca melodica è certosina ed equilibrata. Haley, tornato compositore unico dei brani in scaletta, documenta così il suo trasferimento a Los Angeles dove si rende conto della meccanicità con cui gli americani sembrano vivere le loro vite, votati all’inseguimento di un successo sfrenato a cui la band scozzese non ha mai prestato troppa attenzione. Haley si rende conto che l’America non è poi così diversa dalla sua Gran Bretagna, sono entrambi paesi in cui il sentimento conservatore è ben radicato nell’indole dei suoi abitanti e in cui le relazioni interpersonali stanno pian piano sbiadendo per cedere il passo a una desolante rassegnazione. Per questo motivo, 10 Songs è un album che si affaccia silenziosamente alla finestra per scrutare un’America trumpiana ormai ridotta allo stremo, abbandonata a se stessa e completamente in balia di un padrone scellerato, narcisista e incompetente su quasi ogni argomento, eccetto quello dell’esaltazione del sé. Quale miglior cura di una band che dell’ego ha volentieri fatto a meno anni fa?

Sono “songs” come Waving at the Window, The Only Thing (con il contributo essenziale di Susanna Hoffs) o ancora la malinconia sporca di Valentine e la delicatezza di A Million Hearts, ad entrare di prepotenza nel cuore dell’ascoltatore più freddo e impassibile, nel tentativo di scioglierlo in un pianto liberatorio. Se con A Ghost, All Fall Down e Nina’s Song poi si torna al passato glorioso del quartetto scozzese, è la riprova ulteriore che un sound vero e autentico non passa mai veramente di moda, si prende solo una pausa dalla contemporaneità per tornare quando meno te lo aspetteresti. C’è bisogno di più amore nelle vite dell’uomo contemporaneo, e anche un album semplice e con basse pretese può fare la differenza e riaccendere un sentimento mai perduto.

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