• Ago
    27
    2013

Album

Kobalt Label Services

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È difficile non voler bene a Fran Healy. Trovare sugli scaffali dei negozi un nuovo disco dei suoi Travis nel 2013 è come reincontrare dopo anni quel nostro compagno di scuola a suo modo interessante, sempre con la battuta pronta, disposto ad aiutarci passandoci la sua versione di latino. Ai tempi lo sottovalutavamo, perché in gita scolastica non trascinava certo le folle e se ne stava un po’ in disparte – magari provando qualche nuova melodia con la sua chitarra da studio – e non aveva l’appeal (e l’approccio sufficientemente sfrontato) per far breccia sulle ragazze della classe, eppure oggi ci accorgiamo di quanto fosse piacevole la sua compagnia. Non è neanche cambiato più di tanto: forse la voce ha perso smalto e il falsetto non gli riesce più come una volta, ma sa ancora scrivere buone canzoni. E Where You Stand, capitolo settimo di una carriera che va avanti da sedici anni, è qui a dimostrarlo.

Il titolo dell’album è uno statement particolarmente fiero per gli standard dei Travis (ricordate? The Invisible Band, The Boy With No Name) e torna anche in bella mostra il loro logo in copertina; dopo il passo falso di Ode To J. Smith riecco protagoniste quelle melodie soft-rock che inaugurarono un felice filone che va dai Coldplay ai Keane, passando per gli Snow Patrol. Senza il fiato sul collo, i Travis hanno registrato il disco tra la Norvegia e i mitici Hansa Studios berlinesi in due anni, con l’aiuto di Michael Illbert (che lavorò con gli Hives, ma anche con a-ha e Roxette), per la Red Telephone Box – di loro proprietà – appoggiandosi, come i Pet Shop Boys, a Kobalt Label Services. Where We Stand è sin dalle prime note un album squisitamente “alla Travis”, che attinge alla miglior tradizione pop britannica e non solo; rischia poco, è vero, ma tutto è ben dosato (il basso di Dougie Payne, la batteria di Neil Primrose e la chitarra di Andy Dunlop) e si ascolta che è un piacere.

Parte in sordina, l’opener Moving, fino a quando un pianoforte vivace trascina e accende la miccia, quasi a far ricordare non solo Bruce Springsteen ma anche quell’Elton John ingiustamente bistrattato di Just Like Belgium; i ragazzi sono ancora “tied in the 90s” in Another Guy – episodio cupo e spigoloso in bilico tra certi Radiohead e gli Smashing Pumpkins di 1979 – e in una successiva New Shoes che ricorda non poco il trip hop gentile e radiofonico dei Morcheeba, ma ci prendono in contropiede con il ritornello di A Different Room – ipotetico incontro tra Bono e i Crowded House appena appena baciato da discreti inserti elettronici – e quello ancora più felice di Boxes. C’è tempo anche per ricordare ai più distratti che i Travis nascono nell’era del britpop con la kinksiana On My Wall, e che non rinunciano neanche stavolta a un omaggio al pop con la P maiuscola di Sir Paul McCartney in Anniversary, stranamente relegata al rango di traccia bonus per gli acquirenti della deluxe edition, quest’ultima comprensiva anche di Parallel Lines e di un DVD allegato.

È un vero peccato che il loro nome, negli ultimi anni, sia stato per molti sinonimo di “musica banale e prevedibile”; l’allievo Chris Martin si è allontanato dalla semplicità di Parachutes, i Keane si sono smarriti dopo un EP confusionario per poi fare marcia indietro, e anche Amy MacDonald (fan dichiarata del quartetto scozzese, ammise di aver iniziato a comporre canzoni dopo averli visti in concerto) non ha più il successo del fortunato esordio. Eppure forse oggi qualcosa sta cambiando, visto che Where You Stand ha debuttato al terzo posto nell’Album Chart in patria. E pazienza se non c’è sperimentazione, se è tutto così coerente e pettinato – in fondo, un disco ben fatto piace anche se non potrà cambiare la storia della musica. Così, giusto il tempo di finire il caffè al bar col nostro amico ritrovato, gli chiediamo il numero di telefono prima di congedarci. Chissà che non ci si organizzi e che venga presto a trovarci. Intanto la pulce all’orecchio ce l’ha messa lui: why did we wait so long?

3 Settembre 2013
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