• Mag
    26
    2015

Album

La Tempesta Dischi

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I Tre Allegri Ragazzi Morti continuano la mirabile opera di contaminazione musicale che già da qualche anno portano avanti. Se la svolta reggae/dub degli ultimi due dischi (senza calcolare remix e affini) ci pare ben più di una semplice sbornia temporanea, quella swing che caratterizza Quando eravamo swing ha invece tutto l’aspetto del divertissement: dieci episodi tratti dal canzoniere della band di Pordenone riletti in chiave jazz – con tanto di titoli dei brani “armonizzati” al nuovo contesto – dai TARM e dalla Abbey Town Jazz Orchestra, e registrati in diretta al Teatro Arrigoni di San Vito al Tagliamento.

Cosa c’entra un approccio da big band dukeellingtoniana con l’immaginario sonoro dei Tre Allegri Ragazzi Morti? Quasi nulla, tanto che passata l’inevitabile curiosità iniziale, ci si domanda in che modo l’ampissimo spettro armonico potenziale del jazz possa scendere a patti con strutture musicali per forza di cose ripetitive e “dritte” (del resto, stiamo pur sempre parlando di rock, per quanto contaminato). La conclusione a cui si arriva è che nei momenti migliori, ovvero quelli in cui l’orchestra riesce trasformare il brano facendolo proprio anche negli arrangiamenti – La mia vita senza rock (ovvero La mia vita senza te), Signorina Rock Time (Signorina Primavolta), Ai cacciatori piace il jazz (I cacciatori), Volo sulla mia città con la Big Band (Volo sulla mia città) – ci si diverte parecchio; meno in quelli in cui il jazz si accomoda su un prêt-à-porter in stile Ragazzi Morti (ad esempio Occhi bassi serenade, ovvero Occhi bassi, cantata da Maria Antonietta) diventando una sorta di apparato decorativo certamente intrigante, ma forse poco significativo nell’ottica dell’operazione. In Primitivi del Jazz (Primitivi del futuro), Puoi dirlo a tutti exotica (Puoi dirlo a tutti) e La faccia della Blue Moon (La faccia della luna) l’approccio “sovversivo” da big band si fa poi da parte, offrendo una cornice (fusion?) – soprattutto di fiati – alle ritmiche dub/reggae dei brani in oggetto, quasi restituisse il favore dopo aver avuto la possibilità di rielaborare a proprio piacimento parte della tracklist.

Detto questo, siamo comunque di fronte a un album godibile e ben fatto, oltre che a una operazione curiosa e coraggiosa che magari avvicinerà al jazz qualche giovanissimo ragazzo morto fan dei TARM.

2 Giugno 2015
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