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Inizi a chiedertelo quando già a 500 metri dall'Alpheus vedi i primi ragazzi esagitati, birra in mano e volume della voce ai limiti dello schiamazzo: che tipo di pubblico raccoglie un dj-set di Trentemøller? Il dubbio è lecito perché, se parliamo di estimatori in senso stretto, ci sono da un lato gli aficionados dell'elettronica emozionale che aveva conquistato tutti con The Last Resort e The Trentemøller Chronicles, dall'altro i folgorati sulla via dell'ultimo Into The Great Wide Yonder, che spaziano da un pubblico più indie agli ambienti colti (cinefili compresi, dopo Almodovar e La Pelle Che Abito). E magari a prevalere non saranno né gli uni né gli altri, ma più semplicemente i tanti amanti della buona dance venuti di proposito per scoprire il suo risvolto clubbing, che fa parlare molti e di cui il grande pubblico ha solo qualche indicazione di massima, estrapolata dalla fitta attività di remixing. Ok, ma allora che ci fanno quegli esaltati vicino alla location?

Mentre ti stai ancora chiedendo cosa ti aspetta, entri nella main hall dell'Alpheus verso mezzanotte e il colpo d'occhio fa impennare le diffidenze. Già, perché alla consolle c'è Emix, che sta già facendo valere tutta la sua mostruosa esperienza plasmando il pubblico a suo piacimento. Techno dura e senza tanti complimenti, ritmo spedito e bassi vibranti, gli anni 90 dietro l'angolo, regolare alternanza tra pause di attesa spesso riversate sul glitch-noise e climax di cassa in quattro studiati appositamente per l'effetto garantito. In altre parole: mestiere, efficacissimo mestiere. Ti guardi intorno e, tra fan della prima ora che urlano il suo nome a torso nudo e lingua fuori e ragazze a occhi chiusi che oscillano prese nella loro estasi, percepisci nell'aria uno strano senso di straniamento. Qualcosa non è esattamente al suo posto, l'euforia che vedi non sembra davvero spontanea, la scena somiglia più a un rito di tacito assenso. La gente è lì per la sua dose settimanale di sballo e il dj è lì perché quello è il suo posto. Non sembra la musica a trascinare l'entusiasmo, piuttosto è il pubblico che se lo fabbrica da solo secondo i binari scelti dalla musica.

Quando alle 2 vedi spuntare la frangia asimmetrica di mr. Anders ti accorgi di aver addosso già da un po' la voglia di qualcos'altro, e bastano i primi 5-6 dischi per capire che verrai accontentato. Son sempre 4/4, ok, ma mostrano una ricchezza differente. Qui c'è groove, c'è cantato in vocoder, c'è la giusta alternanza tra techno e house, tra spinta e accompagnamento. C'è tensione electro ma anche fantasia funky e sensibilità pop, e in mezzo può starci di tutto, che siano bassline incandescenti o citazioni di ogni sorta, dai Cure a Britney Spears. C'è stile, insomma. Sarà un caso, ma adesso la maglietta ce l'hanno tutti, nonostante la temperatura nel frattempo sia salita di almeno tre gradi. La differenza adesso è che la gente non ha più l'ansia di doversi per forza scatenare, ma si sta prima di tutto divertendo. Lo vedi nei sorrisi soddisfatti, nel coinvolgimento collettivo mentre si balla. E ne hai la conferma quando continui a sentir dire: "oh, ma questo è davvero bravo". Non matto, non sfrenato. Bravo.

Pieno clima party, diverso dall'estrazione rave che certa techno vuole mettere in scena. La folla continua a ballare e scherzare in maniera festosa fino alle 4, quando Trentemøller chiude il set guadagnandosi l'applauso dell'intera sala. Cinque minuti dopo è di nuovo estremismo speed techno. Osservi di nuovo la hall che cambia marcia, stavolta nel senso contrario, e capisci che era quello il vero spirito della serata, e quel che ha fatto la stella danese è stato trasformare per due ore l'atmosfera, riempendo gli spazi di un'armonia che per quella notte non era prevista. Perché in fondo è l'artista che modella il mood e le sensazioni della gente coi fatti, rendendo poco significative le domande che ci facevamo all'inizio. Dopo il suo set, tutto torna sul binario pensato in origine, rendendo ancor più preziosa la parentesi. Il bello è tale perché ha coordinate limitate. Alla fine è giusto così.

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