Recensioni

7.2

La carriera di Trentemøller si è sempre smarcata fra dance e minimal, fra attenzione a suono e atmosfera da un lato e al ballo dall’altro. Tra le tappe che hanno contribuito a costruire il mito dell’uomo di Copenhagen c’è il 2003, con quell’esordio storico (Trentemøller EP) che chiamava Roulèe da un lato (Le Champagne) e Metro Area dall’altro (In Progress), ma anche il 2005 del singolo Physical Fraction, quando ci aveva abituato a suoni orientali (Prana) o – sempre nello stesso anno – a suoni minimal con tagli psichedelici (Sunstroke). In seguito i richiami al maestro Richie Hawtin (Polar Shift, 2005) e ad altre coordinate, vedi il blues in Vamp di The Last Resort (full d’esordio del 2006) o l’ambient (/pop/IDM) in Into The Great Wide Yonder

L’uomo di Copenhagen riesce a far contenti un po’ tutti, sia i clubbers più “pesi”, sia gli indie rockers con velleità electro-dance, sia chi di elettronica non vuol sentir parlare, ma magari vuole ascoltare “buona musica”. Una tattica piaciona, che da sempre sta nel mezzo. Il nuovo disco richiama già dal titolo lo smarrimento e la problematicità della sua proposta. Come risolvere l’eterno conflitto minimal vs maximal? 

L’ipotesi testata su questo nuovo album è quella di puntare sulla melodia – proposta attraverso chitarre, synth o linee vocali – e su un mood dark-nordico-intimista. Sia dipeso o meno dall’affiancamento ai Depeche Mode nel loro Delta Machine Tour dell’estate 2013 o dalle comparsate nei più importanti festival internazionali (Melt, Dour, Pitch, Zurich Open Air, già iniziate però nel 2007 e immortalate nel buon Live In Concert), il cambio di rotta sembra comunque tenere. In gran parte grazie anche ai featuring d’eccezione: i Low, Jana Hunter (amica di Devendra Banhart e attualmente nei Lower Dens), la bella voce della folk singer Marie Fisker (già sentita in Sycamore Feeling e accompagnatrice del tour), Jonny Pierce (The Drums), Kazu Makino (Blonde Redhead), Sune Rose Wagner (The Raveonettes). Quando non chiede aiuto a qualche amico, Anders se la cava egregiamente con toni cupi che richiamano i già nominati Depeche Mode (Still On Fire, Trails), visioni trip-onirico-blues (Morphine, appunto), medio-oriental-etniche (Costantinople) e suite ambient (Hazed).  

Proprio qualche settimana fa avevamo mosso qualche critica ad un altro protagonista della musica elettronica (Jackson and His Computer Band, Glow) per quell’intestardirsi su un’attitudine eterodossa. Trentemøller fa esattamente il contrario: pur variando, trova nel dark un’unità e una coesione da manuale. Disco maturo, che conferma il danese come uno dei più importanti artisti elettronici contemporanei. Il fatto che abbia tanto successo, per una volta, non è sintomo di bassa qualità. 

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