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Atmosfere fumose, chitarre taglienti, movimenti avvolti nell’oscurità, voci glaciali e suadenti. Anders Trentemøller è ormai totalmente immerso nella nebbia del post-punk e dello shoegaze, ambienti che ha sempre frequentato come ascoltatore ma che, all’inizio della sua carriera da producer, aveva poco battuto. I tempi di The Last Resort, intriso di micro-house ma con già delle aperture in direzione Depeche Mode, sono ormai lontani. A partire da Lost (2013) e poi con Fixion, il producer danese – da poco diventato padre, come ci ha raccontato di recente in un’intervista – ha virato l’attenzione per gli ambienti sonori in chiaroscuro – riflesso della sua terra d’origine – verso le sue passioni giovanili, i Joy Division, i Cure e i Portishead su tutti, coinvolgendo nei dischi voci e collaboratori che, nell’attitudine, riprendono le freddezze e lo spirito alienato dei gruppi d’ispirazione.

L’operazione si ripete anche in Obverse, un disco basato sui contrasti – come recita la press release – e sul tentativo di raccontare “il rovescio della medaglia”. Anders, che prima scrive i brani poi pensa alle voci da chiamare davanti al microfono, ha coinvolto qui, tra le altre, anche Rachel Goswell degli Slowdive che troviamo subito in apertura: Cold Comfort sembra proprio un pezzo composto dalla band di Reading, con quelle sensazioni di occlusione che diventano aperture oniriche e poi lampi di improvvisa energia elettrica. L’affascinante voce di Rachel è sostenuta da un drumming cadenzato, intervallato da misteriosi bordoni in una scena che sembra rubata ai live del Roadhouse Bar di Twin Peaks. David Lynch è peraltro uno dei registi preferiti dal producer danese (e questa non è certo una novità).

Lina Tullgren, musicista di casa Captured Tracks, posa le sue corde vocali su trame eteree di chitarre in delay nel pezzo In The Garden mentre Lisbet Fritze – già coinvolta da Trentemøller in Fixion– partecipa in due episodi: in Blue September è glaciale e sensuale, avvolta dal fumo shoegaze che poi lascia spazio a una luce emanata da un riff psichedelico di synth, mentre in One Last Kiss To Remember è circondata da un muro di chitarre, un altro brano che, al di là delle citazioni, risulta ben costruito e d’impatto. Ma il pezzo forte è sicuramente Try A Little: qui il Nostro vira verso il pop – pur sempre oscuro e meditativo – e ci riesce benissimo. Non mancano la melodia tagliente, l’andamento uptempo della sezione ritmica e la voce, più acuta rispetto alle precedenti vocalist, di Jenny Lee delle Warpaint. Il resto della scaletta di Observe è composto dai pezzi strumentali dove Anders riprende, qua e là, alcuni tocchi di micro-house degli esordi – vedi l’intro di Foggy Figures che termina con una sorprendente sezione drum’n’bass o i synth strappati di Church Of Trees – oppure disegna paesaggi sonori ambientali grigi e evocativi (Sleeper).

Trentemøller si conferma un’abile sound designer, capace di portare in musica cieli e paesaggi della sua terra e di popolarli di sentimenti e introspezione. In estrema sintesi, citazioni e “retromania” non mancano ma la polpa c’è.

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