• Mar
    04
    2014

Album

Arts & Crafts

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Persa per strada la metà Maya Postepski, tornata a concentrarsi sul progetto Austra (che con il secondo album ha deluso in parte le aspettative), Robert Alfons si è trovato in due difficili situazioni: dover sopperire alla mancanza di quella che era la mente dei Trust e dare un degno successore a quel TRST che ormai due anni or sono ricevette consensi piuttosto trasversali.

Per prima cosa Robert ha messo mano ad alcuni vecchi brani (anche del periodo pre-Trust), riarrangiandoli eliminando le connotazioni dark-goth cucite addosso a buona parte delle prime composizioni del duo; successivamente ha iniziato a plasmare un proprio stile che coincide con la cifra evolutiva caratterizzante il secondo lavoro intitolato, non a caso, Joyland. Si pesca nuovamente a piene mani dalle coordinate synth-pop degli anni ’80, ma lo si fa con l’esuberanza di chi ha voglia di divertirsi divertendo. Un brio che parte ad altezza Pet Shop Boys (Are We Arc?, Capitol) per arrivare fino alle ignoranti casse dritte della dance music anni ’90 di scuola europea (Germania in particolare) e a quel connubio tra synth sparati a mille ed EBM tanto caro ai VNV Nation.

Un disco che potrebbe trovare la propria dimensione ideale nel contesto arena grazie ad una scrittura che premia il ritornello facile e l’esaltazione collettiva. Capitol – risalente addirittura al 2006 nella sua forma iniziale – incorpora al meglio la sintesi descrittiva – “an eruption of guts, eels, and joy” – fornita dalla stessa label Arts & Crafts, confezionando uno dei chorus più efficaci che sentiremo durante l’anno. Non inganni la pretenziosa e fuorviante introduzione intitolata Slightly Floating: Joyland è credibile proprio in quanto mostra riluttanza a dovere essere credibile a tutti i costi: un pezzo come la titletrack infatti non ha alcun freno e sguazza allegramente nel trash come una versione a 2x dei primi Ladytron; Peer Pressure – anch’essa risalente al periodo pre-Trust – è stata galvanizzata dal tocco euro-NRG da riviera mentre Four Got – nonostante sia tra le meno convincenti del lotto – si permette di giocare con Blue Monday. Ignoranza pura che trova fidi alleati nell’improbabile falsetto – mai così protagonista – di Robert e nelle situazioni a cavallo tra Dead Or Alive e club con il latex come dress code.

Joyland è la dimostrazione che, per superare le prove più difficili, spesso la soluzione più facile è anche quella vincente, Rasoio di Occam docet. Centro pieno.

27 Febbraio 2014
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