Recensioni

7.4

Difficile dire di Sam Shackleton, noto ai più per il suo cognome, qualcosa che non sia stato già detto negli ultimi quindici anni. Da prime mover del dubstep a esploratore sonoro svincolato da restrizioni formali, il producer inglese è stato ampiamente lodato prima per la sua capacità di modellare a proprio piacimento materie sonore familiari sino a renderle aliene, poi per la sua ostinazione nel perseguire un linguaggio musicale dal respiro sempre più ampio e dal tutto idiosincratico. A fare da sfondo e a dare continuità a questo percorso artistico, una costante: la vocazione mistica, resa manifesta in una musica che, al di fuori di qualsivoglia classificazione, attecchisce sull’ascoltatore per la facilità con cui rimanda ad una dimensione ritualistica, ancestrale e attuale allo stesso tempo. Non a caso il buon Shack è balzato agli onori delle cronache durante la golden age di un movimento incapsulato al meglio nel leggendario slogan “Meditate on bass weight”. Ebbene, se la fisicità imponente dei sub bass è pian piano stata accantonata, ciò che rimane più vivo e vivido che mai è l’elemento medidativo. Shackleton è lo sciamano del villaggio globale iperconnesso, la sua musica e i suoi collaboratori sono le pozioni di cui si serve per offrirci l’esperienza dell’ascolto che si fa trascendenza.

Oltre a svariate – e spesso mastodontiche – uscite in solo e con vocalist quali Vengeance Tenfold, Ernesto Tomasini, Anika, fino alla recente collaborazione con Zimpel, il Nostro guida i Tunes of Negation, ensemble che proietta il suo caratteristico sound verso traiettorie ancora più psichedeliche e lisergiche. A solo un anno dall’ottimo debutto, la formazione in cui figurano anche Takumi Motokawa (percussioni, tastiere, flauti, armonium), Raphael Meinhart (percussioni, mallet) e Heather Leigh (voce), torna sulla Cosmo Rhythmatic dell’italiano Shapednoise con questo Like The Stars Forever and Ever.

La press release incornicia l’album all’interno di una rete di rimandi fra tematiche tutt’altro che leggere e disimpegnate, menzionando «la fragilità della vita e la consapevolezza di un’inevitabile fine», la rappresentazione di «uno stupefacente amore cosmico nella natura transiente, mortale di tutte le cose. Una riassimilazione di energia verso nuove forme», con il nobile intento di «celebrare il mistero in tutta la sua forza, bellezza, e contraddizioni». Ciò che è davvero stupefacente è la capacità di Shackleton e dei suoi compagni di avventura di partire da temi di una tale gravità e arrivare a trasmutarli in un amalgama sonoro che, seppur lontano dall’essere “facile”, è senza dubbio leggero. Come i riti e i misteri, Like The Stars Forever and Ever gioca di illusioni percettive sulla soglia dell’ineffabilità, in un flusso vellutato e incessante in cui non ci si può che perdere e abbandonare ogni pretesa di ancoraggio spazio-temporale. Soffermarsi sulle singole tracce rischia di essere una forzatura analitica per un album – e un artista – che si apprezza pienamente solo con un altrettanto pieno abbandono alla forza ammaliatrice dei suoni. Certo, si potrebbe accennare alla melodia un po’ orientaleggiante e un po’ da videogame che affiora ad intermittenza in Mountains and Waterfalls; agli effetti e all’alternanza fra pieni e vuoti in pieno dub style di Your Message is Peace; o alla performance vocale di Heather Leigh, algida e perturbante sull’incedere da marcia in Naked Shall I Return. Si potrebbe opporre l’insistente ripetizione percussiva di Water To Ashes alle tastiere di You Touched Us With Light, momento di massima quiete dell’album; e fare un’ovazione finale ai quindici minuti di Impermanence / Rebirth che, nomen omen, ci congeda in modo impercettibile e ci riconsegna al mondo là fuori come rinati e purificati dopo questo sogno lucido.

Eppure ciò non renderebbe affatto giustizia ad un album che esige immersione totale, fedele all’ideale del “ritual listening”. Come il precedente, Like The Stars Forever and Ever spicca per la dimensione corale e la vicinanza alla tradizione psych o kraut che a quella del dubstep. Se ai tempi di Skull Disco ci piaceva descrivere la musica di Shackleton come un rave in un villaggio dell’Africa subsahariana, e nella fase intermedia – quella del Three EPs su Perlon – sostituivamo il substrato rave con quello del minimalismo tech berlinese, da un lustro abbondante ormai non c’è immagine metaforica che possa dar conto della musica del nostro Sam Shackleton, se non quella del rituale estatico. Non necessariamente musica da ballare – ma in fondo lui è sempre stato uno che, anche con i sub bass che trapanavano lo sterno, ha puntato più a far viaggiare la mente che non agitare il corpo – né necessariamente elettronica, ma musica che nella sua coralità vuole trasportare l’ascoltatore in un altrove deliziosamente intossicato e intossicante. Basti pensare che il brano più breve di questi sei si attesta intorno agli otto minuti, e che in ognuno assistiamo all’intrecciarsi di un turbinio percussivo in lento ma costante divenire e coltri di melodie, effettistica e droning.

Like The Stars Forever and Ever è quindi in linea con l’output di uno che si autodefinisce «psychedelic ritual trance maestro». Che si tratti del dubstep più tribale e bass-heavy o di composizioni freeform e senza percussioni accentuate, tutta la ricerca sonora di Sam Shackleton da quasi 20 anni si gioca sul terreno della trance (la condizione, non il genere), del trasporto estatico, della ripetizione e dilatazione che astrae dal tempo e dallo spazio, il punto d’incontro ideale fra l’attitudine psichedelica, la soundsystem bass pressure, e la sperimentazione di matrice colta.

Vero, da qualche anno ormai fa variazioni sullo stesso tema. Altresì vero che ogni volta, quando si è sicuri non abbia più niente da dire, Shack smentisce le aspettative e mostra che la sua vena creativa è ancora ben lontana dall’esaurirsi. E quindi non stupisce particolarmente che il Nostro porti lo stesso cognome dell’esploratore britannico che ad inizio Novecento si avventurò nell’Antartico. Il Nostro non sarà arrivato al Polo Sud, ma di esplorazioni soniche ne ha fatte eccome, riuscendo a traghettare le nostre menti verso Altri luoghi senza perdere un colpo da tre lustri. Scusate se è poco.

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