• mag
    05
    2015

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Run For Cover Records

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Escludendo le folte schiere di cover band, quando ero adolescente 1/3 delle high-school band faceva pop-punk (i 2/3 restanti si dividevano tra metal e crossover). Offspring e Blink-182 invadevano le classifiche e la micro-rivoluzione del 1994 era ancora fresca nella memoria, tanto da rientrare prepotentemente tra gli ascolti formativi di ogni quindicenne che si rifiutava di aggregarsi all’esercito di gabber o pseudo tali.

Erano chiaramente altri tempi: oggi il pop-punk – dopo aver raggiunto i minimi storici nel periodo fake-emo – è tornato ad essere un genere di nicchia, incapace di fare breccia all’interno dei media di massa. Meglio così, perché lontano dai riflettori ha saputo rinvigorire le proprie caratteristiche più genuine, quelle riscontrabili ad esempio nei dischi targati Joyce Manor o Jeff Rosenstock, nella sinergia con l’ultima ondata emo (The Hotelier, Modern Baseball…), in alcuni brani dei Cloud Nothings o nei primi due dischi dei Title Fight. È pop-punk che non conosce compromessi se non quelli resi necessari dalla naturale propensione ad una contaminazione che talvolta porta il discorso completamente su altri lidi.

Come gli appena citati Title Fight, anche gli americani Turnover, dopo essersi fatti un nome all’interno della scena punk, hanno deciso di guardare altrove senza tradire del tutto le proprie origini. Se gli autori di Hyperview hanno spostato – tra alti e bassi – i propri sforzi su coordinate shoegaze/noise-pop/alt rock, i quattro di Virginia Beach, con il secondo album Peripheral Vision, sembrano invece essersi convertiti a sonorità indie/dreampop. Nonostante Hyperview sia uscito su Anti- è Run For Covers (per la quale esce Peripheral Vision) l’etichetta che più di tutte sta portando avanti questo movimento che potremmo chiamare “punk goes indie pop”, con un roster che si muove trasversalmente tra gesta -core e riverberi -gaze (dai Seahaven passando per i Pity Sex, fino alla release americana di Last Forever dei Westkust, che dal punk eredita la scanzonata velocità).

Il successore di Magnolia (2013) si apre con Cutting My Finger Off, brano in cui le radici punk-emo sono ancora piuttosto presenti. Sono le tracce successive a delineare quello che è il filo conduttore stilistico dell’album: in primis, la produzione – affidata a quel Will Yip tra le altre cose al lavoro proprio sull’appena citato Hyperview – che premia la pulizia secca del drumming deciso e lineare di Casey Getz e le soluzioni più diluite ed effettate destinate ai layer e soprattutto alla voce di Austin Getz (fratello di Casey), la quale assume quelle connotazioni tra il malinconico e il dreamy che siamo abituati ad ascoltare su Captured Tracks.

Il brano più completo in ottica pop è certamente Take My Head, un improbabile incrocio tra i Blink-182 più riflessivi, l’indie-pop anni ’80 e certe cose dei Cure. Se Dizzy on the Comedown ne è una versione rallentata (e con un chorus decisamente 90s), Humming ne è la controparte jangle-dream, contagiosa e primaverile. Contrariamente a quanto accadeva agli esordi, qui i Turnover non spingono mai sull’acceleratore e le chitarre non suonano mai taglienti, semmai docili e rilassanti. Va a crearsi così un interessante contrasto tra le sonorità e i testi, invece ancora legati ad alcuni stilemi emo e punk americani, tra relazioni difficili e terminate male (I Would Hate You If I Could), orgoglio loser (“your father doesn’t like me, Cause I’m not into sports” in Diazepan) e disagi assortiti (“cut my brain to hemispheres. I want to smash my face till it’s nothing but ears” in Take My Head).

Una punta nostalgica di fondo e un suono uniforme e smussato rendono Peripheral Vision un disco compatto e sotto alcuni aspetti unico nel suo genere. Oltre alle scelte vincenti a livello di sound, è anche la scrittura ad essere migliorata, con un giusto equilibrio tra hook orecchiabili al primo impatto e melodie che entrano in testa solo dopo qualche ascolto. Non un capolavoro, ma il passo avanti è quello giusto e la direzione intrapresa anche.

9 giugno 2015
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