Live Report

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Definire i contorni di questa storia serve a poterci liberare da un inutile e dannoso manicheismo della critica musicale riguardo al reale tasso di novità di tutte quelle proposte che, oltre a suonare dannatamente bene, si portano dietro il presunto fardello di essere state studiate a tavolino, di tendere a una coolness inusitata. Il caso dei Nu Guinea e del loro Nuova Napoli segue questo filone in cui fan e detrattori si sfidano a colpi di miracolo e già sentito. Per sviscerare l’autenticità del progetto del duo napoletano, l’elemento necessario e discriminante non poteva che essere la dimensione live.

Nella magica cornice del parco del Torrione di Santa Brigida, all’interno di un sempre più brillante Empoli Jazz Festival, la presenza di una band di ben otto elementi trasforma quel disco in un’esperienza inebriante per cui, a trovare appagamento, non è solo il corpo ma anche la mente, conscia che l’ibridazione dei Nu Guinea ha attivato un ciclo di riscoperta e riappropriazione di un linguaggio che, per chi compone e ascolta, dovrebbe essere una verità condivisa, che non ha niente a che fare con il concetto di nuovo o non nuovo. La loro diventa un’indagine storica sul suono di Napoli, un elogio della contaminazione che agisce sul presente. Alla luce della qualità servita e della profondità storica di quel patrimonio nazionale indiscutibile che è stato il Neapolitan Power, il live dei Nu Guinea è una sorpresa che deve essere cercata senza pigrizie nella carne viva del suo corpo sonoro, accettando (anche) le tensioni di un viaggio in territori che potrebbero apparire già conosciuti: così come i Napoli Centrale crearono il loro mondo dall’incontro fra musica napoletana e sonorità USA, oggi i Nostri sperimentano con modestia e maturità un genere musicale unico tramite la riattualizzazione del suono in un catalogo di possibilità e passioni dove poter continuamente ritrovare un po’ di se stessi.

La dimensione live è una miniera di riferimenti, contagio tra generi e dimensioni utopiche: il dialogo impossibile tra afrobeat, brazialian sound à la Deodato, funky, disco ’80, jazz e canzone tradizionale non solo si manifesta con naturalezza, ma gode dell’approccio attivo verso l’originale senza mai trascinare di peso la tradizione ai giorni nostri, rielaborandone dall’interno tesi e teorie. E così l’intro affidato a Ta Storm (dalla compilation Afrobeat Makers Vol.3) scalda un pubblico già attento e pronto a scattare sui giri funky di Parev’ Ajere, in cui si snodano tastiere spaziali e percussioni afro, mentre le splendide linee vocali di Fabiana Martone aggiungono carica emotiva all’autentico cantato in dialetto. Ma è la musica ad essere protagonista del live, dalle solide ritmiche di basso, batteria e percussioni tribali alle divagazioni indomite e dense di un sax kutiano, passando per il florilegio di slap di un’elettrica dal fraseggio sempre cantabilissimo.

Dai momenti acidi e quasi kraut del proto-rap di Stann Fore al jazz psichedelico di ‘A Voce ‘E Napule che si trasforma in dub grazie al sax mefistofelico e notturno di un maestoso Pietro Santangelo: mostri di bravura ed empatia, tutti i musicisti della band, oltre a un approccio fisico allo strumento, condividono una sana gioia nel suonare assieme, nel farlo in quel preciso modo, con un occhio a Napoli e l’altro al resto del mondo. Che fortuna aver trovato una famiglia così meravigliosa, sembrano dirsi con un sorriso sincero mentre continuano a bearsi in questa jam genuina e irripetibile. Se i 4/4 infuocati del groove di Je Vulesse giocano con il pubblico in un gustoso dialogo tra corpi umani e corpi sonici, i saluti sono un auspicio di buone cose grazie all’eleganza erotica di Amore, rilettura tra funk e latin-jazz del brano dei Krisma.

Per poche band la dimensione live è quella d’elezione, come per i Nu Guinea, in grado di scaldare, pungolare, viziare il pubblico con attenzioni che solitamente nessuno gli riserva più. Un live che, tra canovaccio e improvvisazione, rimarca l’ingrediente fondamentale di cui è composta la musica, ovvero il continuo scambio – l’arte dell’incontro – e l’empatia che si crea tra gli artisti, ambasciatori radiosi di una tradizione millenaria. Perché sul palco Lucio e Massimo sono soprattutto due artisti felici che vogliono parlare di quello che fanno, di chi sono oggi. E, rispetto al glorioso passato, questa è davvero tutta un’altra storia.

18 Luglio 2019
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