• feb
    28
    2014

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Trisol

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A scapito di una certa incostanza che l’aveva caratterizzata in passato, Tying Tiffany, l’ex suicide girl, arrivata al quinto album in studio, appare come un’artista matura, certamente supportata da un lavorio intenso e raffinatissimo nella produzione di questo Drop.

Era dunque necessario uno sforzo in più per l’artista padovana, un passaggio quasi obbligato a un rito di conoscenza interiore che non poteva infrangersi nei ritmi un po’ electro punk, un po’ sopra le righe dei dischi precedenti o delle Suicide Girls. Ora è un’altra storia, una storia che l’ha vista sbarcare in America nel 2013, con un Ep (One), l’ha vista maturare un massiccio sound elettronico, sempre cupo e dark wave, ma con ragionevoli aperture IDM, dream, witch, chill out, equilibrate e decise. Inutile dire che è stato un passaggio un po’ obbligato, dal momento che alcune cose della sua precedente carriera sono apparse fin troppo derivative: dall’electro teutonica ai Knife. E questo non è piaciuto a tanta critica.  

Le dieci tracce che compongono questo intenso monologo interiore affondano le proprie radici oltre che nell’intimissimo mondo della psiche di Tying Tiffany, soprattutto nel pantheon referenziale di certo ambient anni Novanta, che, passando per Ladytron, Röyksopp e i Depeche Mode di Songs Of Faith And Devotion, arriva a trovarsi contemporaneo in alcune derive alla Cold Cave o, perché no?, Bonobo, Holy Other, ma anche Daft Punk.

C’è molto, forse troppo, cantato, tanto che a volte non permette la fruizione piena di questi muri di synth, di queste profondissime percussioni riverberate (così Eighties…), glaciali nel loro essere pop, ma è un’operazione altresì comprensibile, vista la voce adatta al ruolo.  C’è molto, forse troppo, clima ruffiano, e la Tiffany tratta l’IDM un po’ come una madre farebbe con un biscotto troppo duro da dare al piccolo neonato. Ma Drop è tutto sommato un disco maturo, abbastanza lontano dai suoi più recenti predecessori. Non c’è più irriverenza, né strafottenza, il clima è serio, solenne, pur sfiorando a volte il ballabile. Succede in A Lone Boy, quasi un’eco della Morr di Lali Puna e Notwist, in One Second, rituale depurativo di stampo Death In Vegas, in Neon Paradise, che sembra quasi di sentire i Disclosure o, molto più semplicemente, la sana acid-house dell’Hacienda. Ma succede anche che brani come One Place, Deap Blue River o Dissolve chiamino in causa un felice ricordo della Bristol dei Portishead, quella più fumosa e sintetica.

Sorridiamo e prendiamo atto. Drop è un disco riuscito, godibile, per certi versi, anche se arriva in un punto avanzato della carriera dell’artista. Senza troppi proclami, continuiamo a tenerla d’occhio. 

22 Marzo 2014
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