Recensioni

7.3

Dietro l’impronunciabile sigla OFWGKTA – acronimo di Odd Future Wolf Gang Kill Them All, in breve Odd Future – si cela uno dei più interessanti fenomeni mediatico-musicali dell’ultimo periodo. In pratica una dozzina di ragazzetti di Los Angeles – rappers, skaters e artisti visuali – che, partendo da un banale blog su Tumblr, si sono imposti all’attenzione della scena mainstream mondiale con una manciata di mixtape e una lunga serie di video su Youtube. Tyler the Creator, che degli Odd Future è un po’ il leader carismatico (vero nome Tyler Okonma, classe 1991), esce adesso con il primo attesissimo disco ufficiale (nel 2009 aveva messo in free download un album autoprodotto intitolato efficacemente Bastard), licenziato dalla XL dopo mesi e mesi di trattative da prima donna.

Avete presente il videoclip di Yonkers, il primo singolo, dieci milioni di visualizzazioni su Youtube? Ecco, l’album riprende e sviluppa quell’immaginario lì: beats (sempre realizzati da Tyler) che sembrano una versione homemade (e il riferimento al porno non è casuale) del suono Neptunes (ampi accordi di piano e tratteggi di sintetizzatori Vst); liriche dissacranti con ampio spazio a morte-sesso-stupri-omofobia; estetica da blog di street culture ma ritoccata Photoshop; un mix malato di realness e fighetteria, chic e lo-fi. Per dire, da una parte c’è una strumentale come AU79, un viaggio sonoro molto alla Sa-Ra; dall’altra, ci sono Tron Cat, rapping potentissimo e mood praticamente horrorcore su una linea di 808 e Bitch Suck Dick, una cosa South maraglia veramente cattivissima. È roba questa che ben si addice al periodo storico che stiamo vivendo: c’è la violenza, ma non fa più paura, è come schermata, avvolta dalla gomma anti-urto. È vita, ma anche e soprattutto spettacolo: c’è la netta sensazione che tutto quello che si fa venga fatto più in funzione del web che della vita “vera”.

I brani non sono tutti killer-track, ce ne sono anzi alcuni decisamente più calmi, diremmo quasi introspettivi (l’album sarebbe un concept, con Tyler che si confessa al proprio analista). Aggressività spaccona alla Lil’ Wayne e oscura riflessività alla Dälek si bilanciano, comunicando un unico coerente senso di claustrofobica oppressione, illuminato da sprazzi di creatività vera, Tyler grande istrione street dalla voce cavernosa. Goblin da un lato delude forse chi si attendeva un lavoro basato esclusivamente sulla cattiveria e sull’impatto sonoro – quando è uscito Yonkers Kanye West l’ha subito twittato come il videoclip dell’anno e il live di Sandwiches al Late Night with Jimmy Fallon (con Questlove alla batteria e la comparsata finale di Mos Def) è stato semplicemente pauroso – ma dall’altro rappresenta alla perfezione l’ennesima conferma dello stato mutaforme dell’hip hop, forma musicale che non è solo forma musicale e che, generazione dopo generazione, continua a rinnovarsi nella testa di chi lo fa e di chi ci mette dentro la propria esperienza. Poco importa se una volta a erano i wild boys di strada ghettizzati nel South Bronx e oggi sono gli smaliziati ragazzini di tutto il mondo, sempre rinchiusi, ma nelle proprie camerette davanti al pc. L’importante è che il risultato finale sia figo. Come in questo caso. Swaaaaag!

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