• Set
    01
    2009

Album

Warp Records

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Central Market è un’opera eccessiva in ogni senso. Ascoltando le prime battute – ma non necessariamente dall’inizio dell’album, visto che questo è un disco che si può iniziare ad ascoltare in qualsiasi punto e fa lo stesso effetto – ciò che sembra sovradimensionata è l’euforia di Tyondai Braxton. Il suo divertimento è evidente, ma anche il desiderio di trasmettere questo stato d’animo al prossimo.

L’intento primario dell’opera, dice il musicista e compositore, è di avvicinare la musica classica alla gente che ascolta rock o elettronica. Obiettivo ambizioso, lo sappiamo, e ambizione, insieme a divertimento, sono due parole chiave di Central Market. Orchestrale è una terza, dato che compagno di viaggio della fatica è la Wordless Music Orchestra, ad alcuni già nota per aver accompagnato un progetto solista di Jonny Greewood. Ma la Wordless è stata impegnata solo nell’esecuzione; tutto, in questo secondo album solista di Tyondai, è costruito e pensato dal Nostro. Trasuda della sua essenza.

Stilisticamente, l’atteggiamento con cui il Braxton ha composto le tracce corteggia a lungo una sorta di barocco, che non è il barocco musicale secentesco, quanto la maniera basata sull’eccesso, la continua piega che prende forma dalla piega precedente. Due esempi: il bolero che aleggia dentro l’iniziale Opening Bell, piccolo manifesto “post-modern” – tocca ammetterlo anche a chi non usa mai tale appellativo; oppure The Duck And The Butcher, dove si sente pure una qualche vicinanza armonica con Robert Fripp.

Non ha limiti, Tyondai, senza i compagni di band; ma per certi versi i Battles risuonano in continuazione tra gli svolazzi di Central Market, in questo molto diverso dal precedente e pre-Battles-iano History That Has No Effect, del 2002. Sono comunque riuscite le sincopi percussive in tutto e per tutto Battles che fanno da contrappunto alla costruzione orchestrale, specie nella suite centrale del disco, Platinum Rows, che non appare altro in dati momenti che un folle remix dei Battles fatto per Battles e orchestra.

Il punto è che i tic di Tyondai (quelli che approssimano Uffes Workshop ai deliri dell’ultimo Zack Hill) sono parte del suono distintivo della band madre. Di più: fa strano, in J. City, sentire che Braxton "canta" anziché usare la sua voce come staffilata percussiva in mezzo agli altri strumenti. E forse avremmo apprezzato di più un disco che sviluppasse questa “deriva”, piuttosto che sfoggiare, talentuosissimamente, le proprie capacità. E poi, ultimo appunto: la musica classica con cui interloquisce Braxton non esiste più. Sarebbe bello vederlo, come in Unfurling, ma più massicciamente, alla prova almeno col Novecento.

14 Settembre 2009
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