• Nov
    09
    2017

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Sub Pop

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C’è una band che è stata tra le meno celebrate della Seattle underground di metà anni ’80, perché tale è rimasta, underground: gli U-Men. Nella famosa compilation Deep Six che ha dato forma discografica al suono di Seattle prima dell’avvento della Sub Pop, c’erano anche loro insieme ai Green River, ai Soundgarden, ai Melvins, ai Malfunkshun e agli Skin Yard. Nella prima storica compilation targata Sup Pop, Sub Pop 100, loro c’erano ugualmente. Erano gli unici che a Seattle nel 1986 avevano un EP all’attivo per una indie prestigiosa come Homestead; i primi ad andare in tour fuori dal Nordovest comprando un vecchio scuolabus e arrivando fino in Texas. La parabola degli U-Men di John Bigley, Tom Price e Jim Tillmann si è però conclusa quando le altre band e i musicisti che tenevano loro compagnia stavano invece per entrare negli annali del rock contemporaneo. Per questo non sono diventati una band grunge, ma del resto non lo erano neppure per come conosciamo il genere. Sono rimasti negli anni ’80, nella carriera e anche nel suono.

A metà decennio però avevano qualcosa da insegnare ai gruppi appena nati, se parliamo di come incrociavano le novità post-punk e il rock americano più ruspante. «Dal 1983 al 1987, gli U-Men sono stati gli assoluti re della Seattle underground. Erano avventurieri avant-garage ma soprattutto they fucking rocked». Gliela canta Mark Arm, uno che non usa le parole a caso. E infatti la descrizione che dà del loro sound – «un incrocio tra i Sonics, Link Wray, i Pere Ubu e Captain Beefheart» – è una foto segnaletica del loro primo EP uscito su etichetta Bombshelter nel 1984. Blight è esattamente l’incontro tra il surf e il garage futurista di David Thomas & Co. Flowers DGIH insieme a un odore eccitante di Cramps esala profumi acidi di Wipers, i fratelli maggiori dell’Oregon. Shoot’ Em Down è un walking boogie azzannato per la giugulare, compagno di merende dei Killdozer di King of Sex. Gila suona come se i Sonics all’improvviso si risvegliassero dagli anni ’60 e andassero a braccetto con i PIL.

Anche l’EP Stop Spinning per la Homestead di un anno successivo faceva surf spinto tra varie correnti del rock underground USA creando connubi strani: gli Stooges con il dark rock, gli ZZ Top con la new wave, il northwest garage con lo psychobilly e il cow-punk più demenziali. In Clubs gli U-Men somigliano a dei Gun Club più hardcore, in The Fumes dei Birthday Party all’ombra del Captain My Captain (Beefheart, e chi se no). Il rockabilly potente di They faceva la sua figura in coda a Deep Six e non stonava con il resto del programma, anche se è con il singolo Solid Action e l’album Step on a Bug (l’unico, pubblicato nel 1988 per la Black Label Records) che gli U-Men induriscono davvero il loro sound rendendolo più metallico e quindi un poco più grungy. Un poco appunto. C’è sempre spazio per i blues sulfurei, i riff rock and roll e i walking bass di marca boogie in quello che è principalmente un solido punk rock. Nella formula rientra pure un pizzico di psichedelia. Come in A Three Year Old Could Do That, la grande hit mancata da questa band che insieme agli ancora più oscuri Blackouts e ai Fastbacks ha costruito parte delle fondamenta della scena di Seattle.

«Gli U-Men erano la band underground di Seattle», ha detto Daniel House, creatore della C/Z. Addirittura la dominavano, secondo il fotografo Charles Peterson. Per un po’ sono stati la indie band più importante della città e le loro performance le più incendiarie (nel vero senso della parola, una volta diedero fuoco a uno stagno al Bumpershoot Festival). I Mudhoney devono loro qualcosa anche sonoramente. Sono forse gli unici ma l’esempio degli U-Men spinse altri giovani musicisti a osare. Questa antologia targata Sub Pop è quella “definitiva”, con l’intera discografia (tra cui l’ultimo singolo per la Amphetamine Reptile, il cui fondatore Tom Hazelmayr fu per poco bassista della band) e l’aggiunta di cinque registrazioni inedite. Per gli “storiconi” e i patiti del grunge un appuntamento da non trascurare.

22 Gennaio 2018
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