Recensioni

8.5

La versione rock di “la grande poesia nasce dove c’è dolore” potrebbe essere “un gran disco può nascere anche da una bella tramvata in faccia”: è quella che gli U2 avevano preso con Rattle and Hum, venduto bene ma causa anche di critiche, perché atteggiamenti live, magniloquenza e disinvoltura provinciale a livello musicale denunciavano un contagio da parte di quell’America di cui invece avevano saputo fruttuosamente appropriarsi con The Joshua Tree (e il progetto del film non aveva aiutato). Ne derivò una battuta d’arresto nel cammino che, da un certo punto in poi, li aveva visti ampliare pubblico e suono a ogni tappa: la sintesi del primo periodo in War, l’apertura di The Unforgettable Fire e la consacrazione di Joshua.

La ripresa del lavoro avvenne perciò in un clima di incertezze, dubbi su sé stessi e divisioni: quella di The Edge da sua moglie (che in un gruppo-comunità come quello riguardava tutti); quella tra chi voleva cambiare strada “abbattendo The Joshua Tree” e chi non ne era convinto (riflessa da quella tra Eno che spingeva -anche con le spicce – verso nuove soluzioni e un Lanois più indulgente verso lo stile solito); quella di look dal b/n Corbijn al colore; quella dei lavori tra Dublino e Berlino, quest’ultima sede scelta per tornare in Europa (ma anche ovvia metafora di divisioni, benché il muro cadesse proprio nei giorni del loro arrivo) e i cui mitici Hansa Studios del Bowie di Heroes si riveleranno luogo squallido e inospitale. E quando tutto sembra ripartire intorno – non a caso – a One, in realtà è appena cominciato: ci vorranno mesi frenetici di discussioni e lavoro per mettere insieme un disco che riprenderà le aperture all’elettronica di Unforgettable per contaminarle con la scoperta dei Nine Inch Nails, con la lezione degli Stone Roses e di Madchester, con le battute del breakbeat, ma senza dimenticare l’arte della ballad maturata negli ultimi due dischi.

Troviamo così da un lato la novità, a partire da una Zoo Station che apre secca e distorta usando la stazione della metro berlinese come simbolo di crocevia e della globalizzazione mediatica, quest’ultima sottolineata ampliando Bullet The Blue Sky nell’omonimo spettacolare ZooTV tour (nel quale le bestie erano i governanti e le star a cui Bono telefonava anche in diretta). E di seguito l’annuncio del virtuale di una Even Better Than The Real Thing che non dimentica il blues sotto l’elettronica o l’elettro-funk killer di una The Fly che offre l’occasione a Bono per rispondere alle accuse di essere diventato troppo rockstar, con una versione della stessa ultracaricata e funzionale allo “Zoo” suddetto (e che musicalmente verrà molto apprezzato dal Vasco di Mi si escludeva) o lo sguardo sulla contemporaneità lanciato da alcuni testi. Dall’altro lato c’è l’intimismo, quei discorsi amorosi che riguardano un po’ Edge e un po’ il gruppo come la citata One – classico che verrà portato all’eccellenza definitiva da Johnny Cash e massacrato dagli stessi autori nello sguaiato duetto con Mary J. Blige -, l’incanto della Until The End Of The World che segna l’inizio del rapporto con Wenders, le riflessioni della gemma Love Is Blindness e di So Cruel, quest’ultima esempio non unico di equilibrio tra ballad e battuta house discreta.

La sintesi risulterà rivoluzionaria, benché la posizione del gruppo lo costringesse a maneggiare le novità con la stessa cautela di un grande partito di centro spinto dai tempi a riforme epocali, permettendogli comunque di spiegarle a quelle masse cui non era arrivato Screamadelica (vedi Mysterious Ways). Sarà un modello di nuovo corso per tutti gli anni ’90 degli U2, cui darà un indirizzo anche nei momenti meno ispirati, che invece mancherà loro nel decennio successivo.

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