Recensioni

8.5

Nonostante chi scrive allora non avesse ancora raggiunto una – parvenza di – coscienza musicale, il ricordo di quel vinile che girava incessante sul piatto dei fratelli maggiori resta uno dei più vividi del 1987. Non solo perché il roteare dell’immagine di quello strano albero sulla label era quantomeno ipnotico, ma soprattutto perché quelle note spezzavano una monotonia, una sorta di ripetitivo rituale fatto in prevalenza di Miss Ciccone e Spandau Ballet; anche se quella musica non era del tutto decifrabile, si poteva intuire facilmente che comunicava qualcosa di decisamente diverso.

Ora, più o meno tutti sappiamo come in realtà negli ’80 ci fosse molto, molto altro rock oltre gli U2, ma è innegabile che, in una misura nemmeno troppo stretta, ciò che passava su quel giradischi rispecchiasse in piccolo l’andazzo di quegli anni, a livello (soprattutto) di massa. In un periodo passato alla storia come quello del disimpegno più totale, questi quattro ragazzi di Dublino si ergevano fieri come titani, salvatori – nei fatti ancor prima che nei proclami – di una musica che, dopo aver accompagnato la società nella sua recente evoluzione, adesso aveva bisogno di riacquistare sostanza, spessore, vita. A livello (soprattutto) di massa.  Una cosa oggi forse incomprensibile, che alla luce del tronfio status attuale di Bono&co. diventa persino insopportabile; ai tempi però, la faccenda era da copertina del Time. Nel 1987, c’era davvero bisogno degli U2.

La lussuosa ristampa espansa, opportunamente allestita per il ventennale, è una celebrazione di tutto questo. Nostalgica, certamente: riascoltando tutto d’un fiato la sequenza delle canzoni, scorre nuovamente sulla pelle un rock come ormai capita di rado sentirlo (cambiati i tempi, cambiate le esigenze e i modi di rispondere ad esse, that’s it). Un rock che è insieme afflato vitale, nervi scoperti, rabbia, orgoglio, coscienza. Si rivive anche lo stupore ingenuo, la meraviglia quasi infantile provata da parte di quattro ragazzi irlandesi trovatisi al cospetto di un gigante (l’America); un momento poi immortalato e portato alle conseguenze estreme nel progetto Rattle & Hum. Adesso, le canzoni fanno parte della memoria collettiva, e la storia è già stata scritta da tempo, in tutte le salse possibili; resta quindi poco da dire, se non che nella sua completezza di concept – sul rock, sull’America, sugli U2 stessi -, The Joshua Tree mantiene la statura di album immortale, a prescindere da vette – e abissi –  della discografia precedente e successiva dei dublinesi.

Val dunque la pena soffermarsi sui contenuti aggiuntivi. Tre delle quattro versioni – business oblige – della reissue comportano un disco aggiuntivo contenente tutte le b-sides dei singoli tratti dall’album, più cinque outtakes tirate fuori dagli archivi e lucidate a nuovo per l’occasione (per Wave Of Sorrow Bono ha anche reinciso la parte vocale). Buona parte di queste briciole perdute (inadatte al contesto dell’album ma spesso di caratura elevata, vedi l’irrequieta e cupa Luminous Times, o una nervosa e tesissima Silver & Gold, in seguito ripresa live) era già disponibile sul bonus cd della raccolta Best Of 1980-1990; farà sicuramente piacere il ripescaggio della rara versione originale di Silver & Gold, catturata in acustico dal cantante insieme a Keith Richards e Ron Wood e inclusa nel LP di beneficenza Sun City, così come imbattersi in qualcosa di radicalmente sperimentale – per gli standard degli U2 – come Race Against Time. Gli inediti sono, francamente, poca cosa, tranne forse l’ambient religioso di Beautiful Ghost, corredata da un reading di William Blake.

Chi ha sete di completezza ed è in cerca di ulteriori sfizi, può infine rivolgersi all’edizione che include anche il DVD di una performance (quasi integrale) a Parigi tratta dal trionfale tour seguito alla pubblicazione del disco, più un documentario – Outside It’s America – e alcuni clip rari. Gli U2 al top della forma; ergo, una visione molto, molto soddisfacente. 

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