• apr
    01
    2008

Album
I

Soft Abuse

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A cinque anni dal triplo 69 Love Songs, mastodontico abbecedario di suggestioni pop per piccolo ensemble, riecco sbucare il genio Stephin Merritt, cantautore di stregante sensibilità, uno dei più importanti arrangiatori degli ultimi vent’anni. Per tutti coloro che non avessero confidenza con i passati lavori del prodigio di Boston, basti sapere che la magia delle sue più belle pagine musicali consiste in un linguaggio personale e riconoscibilissimo, che rappresenta una sintesi di influenze ravvisabili, ma assimilate.

The Charm Of The Highway Strip e 69 Love Song, i due precedenti capolavori, mostravano entrambi debiti tanto verso la musica da camera di stampo classico – da qui una certa compostezza nell’esecuzione – quanto verso il synth pop, e quindi quel tipico registro un po’ dandy e un po’ dark. Tuttavia queste variabili potevano acquisire e assimilare elementi diversissimi, conferendo all’estetica finale uno smalto imprevedibile, ma al tempo stesso sempre familiare. Posto che Merritt compone melodie a profusione quasi illimitata, l’aspetto più intrigante della sua opera è rappresentato dagli arrangiamenti, armonizzazioni che, anche in questa prova, non deludono per varietà e suggestioni.

Ukulele, flauto, violoncelli, mandolino, harmonium, piano, batteria, chitarra, synth s’avvicendano in un piccolo ensemble di quattro elementi (Merritt, John Woo, Sam Davol e Claudia Gonson): per nulla austero, piuttosto incantato, cinematografico, esotico e retrò, leggero e trasognato, raccolto attorno alla voce del Nostro. Musica pop senza tempo, tra vesti ingessate e pilotate prese a prestito dal passato e una voglia di intimità sinuosa e femminile libera e domestica, stanze nella quali il registro di Merritt si muove in perfetta armonia tanto nel suo tipico baritono quanto nei suoi suadenti acuti.

Certo, che fare dopo il summenzionato 69 Love songs, 69 canzoni d’amore con altrettanti arrangiamenti? Comprendo le perplessità di coloro che ravviseranno in questo i una certa, forse eccessiva, familiarità con queste canzoni; eppure, a parte l’iniziale e fallace meccanismo cognitivo, l’album è dignitoso e ben al sopra della media del pop in circolazione, commerciale o intellettuale che sia.
Pertanto, testimoni di un’alterità di fondo e di una sensibilità non comune, sgorgano fluide e leggiadre le prime note e il ritornello di I don’t Believe you, brano ripescato da un singolo del 1998, forte di una pregevole melodia cantata nel più tipico crooning del Nostro, sorta di Elvis de-ormonizzato, tra viola, banjo e tam tam cadenzato di batteria e chitarra.

E che dire del brano successivo, I Don’t Really Love You Anymore, bubblegum per strumenti d’antiquariato vivi e vispi più del rock, o del mandolino campestre di I Looked All Over Town, tra arie classiche al violino e controcanto femminile? Il synth pop adulto di I Thought You Were My Boyfriend, palese tributo ottanta di Visage e Human League, costituisce l’unica vera e peraltro trascurabile novità dell’album, assieme forse alle visioni noir anni ’40 di Infinitely Late At Night. Ma sono i piccoli quadretti di I Was Born, la deliziosa I Wish I Had an Evil Twin, la piccola Penguin Café tascabile di Irma e il domestico finale di It’s Only Time a costituire il nucleo compositivo dell’album.

In definitiva, un album consigliabile a chi è a digiuno dell’arte di Merritt e a chi volesse scoprirlo partendo dal presente.

2 Maggio 2004
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