• feb
    24
    2017

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Bureau-b

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A strettissimo giro di posta dal precedente, ottimo, Abracadabra, ritornano gli Ulan Bator di Amaury Cambuzat con l’ennesimo cambio di struttura e organizzazione interna, quasi che il non dare punti di riferimento, eccezion fatta per il deus ex machina, sia ormai un tratto caratteristico della formazione. Stavolta a supportare il francese ma italiano d’adozione ci sono il basso di Mario Di Battista e la batteria (più sax) di Sergio Pomante, e lo smarcamento dal pur personale Abracadabra – in effetti si parlava di album quasi solista al tempo – così come dall’età aurea della band (quella che agli inizi dei ’90 la portò nelle braccia di Michael Gira / Young God Records) è sempre più evidente.

Stereolith è un lavoro meno oscuro rispetto al suo diretto predecessore, molto più elegantemente rock, pervaso di slanci mitteleuropei e atmosfere umbratili e ondivaghe, meno urgente e più calibrato su una specie di songwriting di natura rock che spesso flirta con l’elettronica, si spruzza di wave o art-rock ma mantiene, in maniera invidiabile, sempre una coerenza e una certa omogeneità di fondo. Coerenza che definiremmo “post-rock”, seppur in una accezione ovviamente non legata alle sonorità degli esordi, quanto come categoria ontologica atta a condensare l’approccio, l’attitudine di Cambuzat, più che un vero e proprio suono. Perché poi, a ben vedere, sul sostrato fortemente caratterizzato della band (NeuNeu può bastare come titolo o bisogna citare quel misto di umano e sintetico che la taglia trasversalmente?) emergono traiettorie varie ed eventuali, tangenziali mai in linea retta o diretta che potrebbero far tornare in mente addirittura il Brian Eno “canzonettaro” ma meno bucolico (Lost) o una specie di rock triphopesco tanto sensuale quanto livido (la title track) che trascina nella Berlino bowiana senza remore o sensi di colpa. O, ancora, con le afasie electro che sporcano la pastorale opener On Fire, i Nostri creano un ibrido timeless tra irruenza iconoclasta e pacata pienezza compositiva, così come con il mix di chansonnier, rock e wave di Spinach Can.

Stereolith è in definitiva un album particolare se non unico nel percorso targato Ulan Bator, figlio delle condizioni in cui è stato creato (le pause tra un tour e l’altro di Abracadabra) e quindi meritorio di più di un ascolto per carpirne ogni sfumatura.

29 marzo 2017
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