• Ago
    17
    2018

Album

Sacred Bones

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La formazione newyorkese degli Uniform, ovvero Michael Berdan e Ben Greenberg, ora arricchitasi delle pelli di Greg Fox, sembrava essersi reinventata un genere, quello dell’industrial, infarcendolo di noise, post-punk, elettronica e metal in una combinazione inedita quanto personale. In molti avevano gridato (forse un po’ frettolosamente) al miracolo, scomodando nomi del calibro di Nine Inch Nails, Lightning Bolt, Xiu Xiu.

Voce velenosa, suoni primitivi, urgenza espressiva: un muro di distorsioni malatissime e di synth abrasivi per dar sfogo a disperazione e catarsi. La formula li aveva fatti entrare nelle scuderie della mitica e oscurissima Sacred Bones Records, la stessa etichetta di Zola Jesus, Pharmakon, Moon Duo, Marissa Nadler e David Lynch. Proprio a quest’ultimo dovevano essere piaciuti parecchio, visto che li aveva voluti nella nuova stagione di Twin Peaks con ben due brani (Tabloid e Habit), estratti dal loro lavoro del 2017, Wake in Fright. Puntuale, l’hype era sopraggiunto a riscaldare l’attesa per il nuovo The Long Walk, che tuttavia – lo diciamo subito – non solo non entusiasma, ma di fatto delude: nessuna percettibile evoluzione, anzi tutto sommato una degenerazione, nei suoni e nelle atmosfere complessive dei brani, di certe tendenze metallare che già a sprazzi si erano affacciate nei precedenti lavori, e che qui sovrastano ogni possibile intuizione felice.

Ancora una volta la violenza (del cantato, della parte strumentale e di tutto ciò che sistematicamente li distorce) domina l’ascoltatore, ma quel format distopico che era la precedente produzione degli Uniform, e che poteva affascinare se non altro per la tendenza all’estremo, qui si guasta anche forse per gli innesti della batteria acustica che si somma ai pattern elettronici, e che enfatizza sguaiatamente un’attitudine compiaciutamente heavy, qui decisamente debordante e di dubbio gusto. Unico episodio meritevole di menzione, perché si distingue dalla massa pressoché uniforme dei restanti sette brani, è Alone in the Dark, in cui riecheggiano suggestioni noise-punk e si trova persino una convincente quadratura melodica.

La conclusione che se ne trae è che in questa ricerca di un suono più “fisico”, più “umano”, più volutamente emotivo e imperfetto, si sia persa la chiave di ricerca: gli Uniform sono passati repentinamente dal tentativo di sperimentare territori ancora inesplorati, all’attraversare sentieri già ampiamente battuti. Da next big thing al già sentito, a volte è veramente un attimo.

21 Agosto 2018
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