• Mar
    01
    2012

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Pias

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Tirare  in ballo i Vampire Weekend ogni qual volta in un disco indie fanno capolino atmosfere solari e “mediterranee” – intese in senso lato, come Sud del mondo – sembra ormai essere diventato un odioso automatismo della critica. E noi non ne siamo certo esenti, ci mancherebbe: lo abbiamo fatto per commentare il bel dischetto afro-francese di François & The Atlas Mountains (E Volo Love) e siamo tentati dal farlo anche per questo analogo progetto ”indie-world”, anch’esso basato in UK ma stavolta italocentrico: è grazie ai “nostri” Giorgio Ponti e Alessandro Marrosu se un celeberrimo verso di Vasco è diventato – grazie alla goliardia di un autista di bus romano, pare  – la ragione sociale di un quintetto rigorosamente multietnico, diviso tra Bel Paese, Austria, Messico (appunto) e Inghilterra. E sì, davanti alle prime due tracce di apertura – la title track e Pepita, Queen Of The Animals – il sound di Ezra Koenig & co. non può non essere un’inevitabile pietra di paragone, ma forse solo perché quei quattro newyorkesi (un po’ tanto paraculi, via) sono stati tanto furbi da arrivare prima degli altri: era solo questione di tempo, a ben vedere, che certe calde suggestioni irrompessero in quel calderone globale che ormai si fa fatica a chiamare indie rock.

Perché la musica di Vadoinmessico – più che un nome una vera dichiarazione d’intenti, diremmo  – è una delle tante, e per fortuna riuscite, declinazioni di quella tendenza all’escapismo che è parte integrante del linguaggio musicale odierno e che a ben vedere trova le radici nelle catartiche freakerie degli Animal Collective: tingere di Africa e/o Tropici e/o Mediterraneo quelle intuizioni è il passo successivo e naturale, come testimoniano ampiamente queste tracce (vedi Teeo). Di loro, Ponti & amigos ci mettono un approccio genuinamente creativo, pasticciando amabilmente con folk (vuoi o non voi, certe armonie rimandano a Fleet Foxes) e psichedelia di marca Flaming Lips / MGMT (i bei riff di Notional Towns), in una tavolozza sonora che mescola timbri e suggestioni piuttosto eterogenei con gusto massimalista ma equilibrato (inThe Adventure Of A Diver vengono in mente anche certi Clinic virati in acustico). E quando senti emergere la voce di Carmelo Bene in sottofondo al bozzetto strumentale giustamente chiamato Me, Desert  (“Bisogna fare di sé dei capolavori. Io ho trovato da molti anni da molti millenni dentro di me il deserto”) allora ti rendi davvero conto di quanto quelle cose chiamate confini non esistono più da un pezzo. E se a tutto questo unisci anche la capacità di scrivere una bella melodia come quella di Cave – che poi è quello che ci interessa di più – non guasta di certo, no.

14 Maggio 2012
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