• Set
    05
    2014

Album

Atlantic Records

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La scena cantuatorale australiana brulica di nuovi talenti pronti a conquistare fette più o meno grandi di mercato. Da una parte abbiamo tutto un movimento caratterizzato da una forte deriva post-boniveriana calcata con gusto dai vari Vancouver Sleep Clinic, Dustin Tebbutt, Solomon Grey, Fractures e RY X, dall’altra continua a fare proseliti la scuola più tradizionalista – e probabilmente più profittevole in termini economici – maggiormente legata all’elogio della semplicità chitarra-voce e delle melodie orecchiabili.

In questa seconda categoria il principale attore è sicuramente Vance Joy. Classe 1987, James Keogh – così all’anagrafe (ha scelto di utilizzare l’alias Vance Joy dopo aver letto il romanzo Bliss dello scrittore americano Peter Carey) – è il classico bravo ragazzo della porta accanto che le madri consiglierebbero alle figlie adolescenti e porta avanti un discorso musicale che rispecchia questa attitudine sintetizzabile con il termine polite.

Armato di ukulele il Nostro ha già completato il grande balzo nell’universo mainstream e l’ha fatto con il brano Riptide: se a dicembre dello scorso anno, quando recensimmo il suo EP d’esordio God Loves You When You’re Dancing, il brano aveva scalato solamente le classifiche locali, nella prima parte del 2014 si è diffuso a livello internazionale – 90.000.000 i plays su Spotify, non così distante dalle tracce più ascoltate di sempre  – tenendo in qualche modo viva (insieme a Budapest di George Ezra) quella folk prostitution che sembrava destinata a ridimensionarsi dopo un paio d’anni di dominio discografico.

Riptide è anche il pezzo di punta dell’album di debutto Dream Your Life Away con il quale James – almeno sulla carta – avrà l’occasione di aumentare il proprio gruzzoletto con il minino sforzo artistico. Mess Is Mine funziona egregiamente grazie ad una presa melodica efficace (ad altezza Mumford & Sons privati dello slancio bluegrassy), Form Afar fa sfoggio del DNA del cantautorato più classico (Cat Stevens), My Kind Of Man possiede gli ingranaggi giusti negli angoli più reconditi mentre Red Eye porta il discorso su un livello meno intimo e più adatto ad essere suonato davanti a grandi platee, ripescando un certo pop-rock americano di metà anni ’90 (All I Ever Wanted). Difficile poi non lasciarsi cullare da Georgia.

Analizzando esclusivamente i singoli brani è però facile venire ingannati dall’estrema facilità con cui questi ultimi riescono ad entrare in testa e si rischia di focalizzare l’attenzione su quegli elementi – melodie, chorus – che rendono quasi tutti gli episodi del disco praticamente inattaccabili a livello di leggerezza pop. Escludendo un paio di passaggi palesemente poco riusciti (Who Am I sembra una bozza abbandonata, l’uptempo First Time irrita e Wasted Time odora già di autocitazionismo), è solamente osservando Dream Your Life Away da un’ottica più ampia che ci si rende conto di essere di fronte a un disco vacuo e patinato – la produzione è di Ryan Hadlock, già dietro al bestseller targato Lumineers – in cui Vance Joy non riesce mai a ricreare la magia del folk fatto con l’anima, quello che trasuda onestà e che è in grado di trasportare l’ascoltatore in contesti bucolici e in coordinate temporali lontane.

L’accompagnamento – che si tratti di ukulele o di chitarra acustica – regala pochissime emozioni nonché poche variazioni sul tema, e i testi – seppur meno banali e immediati di quanto si possa pensare – non posseggono quel fascino vagamente maledetto e sinistro dei grandi songwriter. Così, quel che si diceva sull’EP – “si avverte l’assenza di qualche sussulto emozionale e di un tratto distintivo evidente. Tutto è molto bilanciato, forse troppo” – si concretizza anche in un album che sembra realizzato con l’intento di accontentare un target cross-generazionale tanto ampio in termini di età quanto limitato a livello di ascolti.

11 Settembre 2014
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