Recensioni

6.9

Il full lenght della criptica coppia di producer Shapednoise (italiano di base berlinese) e Violet Poison, autore anonimo con già all’attivo un’uscita per la fernowiana Hospital Productions, è sicuramente da annoverare, già in partenza, tra le più notevoli prestazioni del 2013 in chiave di un ripensamento dark e industrial del suono dancefloor.

Se negli anni precedenti questo matrimonio si celebrava sotto le suggestioni delle metriche proto-(dub)- step (Shackleton, Demdike StareStott in certe sue declinazioni), accade ora invece che sia il quarto technoide a dominarne gli orizzonti. Pertanto si verifica qui quello che, in un certo senso, si è lasciato presagire già da alcuni annunci e da una manciata di uscite negli ultimi mesi.  La determinazione dei due (meno inclini di altri all’autocompiacimento) è significativa per il taglio fondamentalmente quadrato e da maratona, più fluido e meno stilemicamente situazionale rispetto ai colleghi Prurient o Feral Love (ma non solo), e, quindi, per la definizione di una dimensione più propriamente ballabile. Il disco, otto brani per quaranta minuti circa, pur se votato alla ripetività techno, ha un suo respiro (la finale Anesthesia è del tutto priva del beat) che, nel contempo, esclude le digressioni interiorizzate cerebralmente alla Fernow come anche le lapidazioni iconoclaste e violentissime di uno Swanson, per dire. Non ci si dissocia tuttavia, alla fine dei conti forse per inerzia, dalla reiterata retorica misticheggiante della notte, visto che leggendo le esigue note incluse nel gatefold si rintracciano elementi per ricondurre il tutto a una sua poetica. Elementi, tra l’altro, già emersi in molti dei mostri sacri del filone (la quarta di copertina del solito Prurient, come anche la fondamentale e sloganistica contestualizzazione del lavoro sul sound per altri italiani a Berlino, i Dadub).

Ad ogni modo, il disco, techno e oscuro nella sua estetica distopica/post-cyber – dance music sempre filtrata dal noise e dal glitch più incompromissorio che non manca di episodi altri -, è pure dotato di incursioni breakcore al limite del citazionismo (Hecate, il vecchio Lustmord, riecheggiano nelle parti semiconlusive, in Spectral Nightdrive ad esempio), come dell’industrial più ebm oriented (Clock Dva su tutti, visto il gusto dei Violetshaped per la retro-elettronica ).  I suoni, nella loro plasticità più che sinteticità, sembrano un bell’approfondimento della direzione di ricerca di Silent Servant, per quanto con una evidente attenzione per l’arrangiamento meno articolata e senz’altro meno incline alla tessitura di melodie. Lo sforzo è votato piuttosto alla costruzione di una cappa di isolamento funzionale alla identificazione dell’immaginario che può essere, ad ogni buon conto, un po’ ostica per una digestione trasversale.

L’album, di fatto, ha un suo peso e una sua forza specifica, se già dalle prime battute sembra di assistere ad una specie di miracolo. L’ascoltatore, probabilmente impressionato dall’incedere iniziale, può credere di trovarsi di fronte alla conclusiva concrezione del suono dark techno, che è la sua ballabilità completa. Una prospettiva secolarizzata e approfondita rivela invece risultati differenti, senza che se ne diminuisca l’importanza: un disco sì dotato di spessore indiscutibile, ma che forse ha soprattutto il merito di rivelare l’intrinseca debolezza di uno schema compositivo che al beat non sa accompagnare che scenari alla Akira. I quali, annientati dalla loro stessa ripetizione ad libitum, si esauriscono di significato e diventano inoffensivi.

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