• set
    01
    1965

Giant Steps

Blue Note

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Formidabile quel 1964. Per il jazz, certo. Giacché intanto che la “new thing” covava definitive deflagrazioni, videro la luce titoli come Out To Lunch (di Dolphy), Point Of Departure (di Hill), The Sidewinder (di Morgan) e soprattutto i due capolavori coltraniani A Love Supreme e Crescent. A proposito di saxtenoristi, Wayne Shorter era uno dei nomi più caldi sulla scena. Nato nel ’33 a Newark, già direttore musicale dei Jazz Messangers di Art Blakey (dal ’59 fino – appunto – al ’64), veniva indicato da molti come il più titolato epigono di Trane. Certo, era impossibile allora come oggi prescindere del tutto dal gigante di Hamlet, ma lo stile di Wayne dimostrava un “raziocinio deviante” ben distinguibile e già articolato come una calligrafia propria. In ogni caso, nell’aprile di quell’anno registrò Night Dreamer, in agosto JuJu e in dicembre questo Speak No Evil. Tre lavori straordinari, degne conseguenze di un periodo fertilissimo che non a caso lo vide nel frattempo “convocato” da sua maestà Miles Davis, del quale quintetto diverrà una sorta di co-leader per sei irripetibili anni, durante i quali verrà prodotta musica (firmata in gran parte da Wayne) che non finisce di affascinare e sconcertare per l’audacia delle soluzioni armoniche e strutturali.

Come del resto fa questo Speak No Evil, disco espressamente ispirato al mondo del noir e dell’esoterico, e pur tuttavia uno tra i lavori più accessibili del Nostro. Occorre innanzitutto notare come rispetto alle due precedenti incisioni rimanga un solo membro coltraniano in formazione, il virtuoso batterista Elvin Jones, che oltretutto lavora piatti e tamburi con un senso della misura pressoché inedito (senza prendere neanche un assolo!). Troviamo altresì Herbie Hancock al piano (in sostituzione di McCoy Tyner) e Ron Carter al basso (in vece di Reggie Workman), paventando così una sorta di “davisizzazione” stemperata in parte dalla presenza del “messanger” Freddie Hubbard alla tromba, il cui piglio volitivo sta più o meno agli antipodi rispetto alla trepida solennità di Miles. La misticanza timbrica così apparecchiata rendeva libero il sassofonista di curare in tutto e per tutto la propria idea jazzistica, fatta di atmosfere agili e sinuose, di sfumature calde e avvolgenti, di fraseggi caracollanti e lunghe pennellate allusive, di post-bop redento al capezzale del blues però per nulla arreso alla modernità, che anzi domina con la disinvoltura di chi si è abbeverato nel modale, di chi tiene aperte possibilità melodico/armoniche incalcolabili.

Se Dance Cadaverous guarda a Kind Of Blue preconizzando Nefertiti (con la trama ritmica assorta e frastagliata, il tepore scivoloso del tema, l’eleganza esotica e la sdrucciolevole tensione degli assolo), Witch Hunt guarda alle dinoccolate agnizioni hard-bop di Soultrane, mentre la title-track gigioneggia magnificamente con la stilosità ammiccante del primo quintetto davisiano, almeno finché piano, drumming, sax e tromba (nell’ordine) non si mettono a scuotere il fusto spampanando i confini tra bop, modale e free. Invece, come vuole il titolo, in Fee-Fi-Fo-Fum soffia una brezza umorale per non dire umoristica (con Hubbard gradevolmente sbruffone e Shorter sulle tracce di sbuffi e guizzi Sonny Rollins), al contrario di quanto accade in Wild Flower, dove su un tempo di valzer il tema si dipana flemmatico, una posa suadente che infine s’accartoccia grazie al frastagliato bailamme ritmico apparecchiato da Jones. Last but not least, occorre dire di quella Infant Eyes (a tutti gli effetti il pezzo “intruso” rispetto allo pseudo-concept del programma) col suo refolo tiepido di sax, poche note estenuate in diretta dal cuore, la lenta, trepida quiete (una processione di palpiti smorzati magnificamente ordita da Carter e Jones), ed il piano di Hancock che sembra un riflesso sfasato di luna, gragnola di note sulla pelle increspata di un lago.

Queste le sei sfaccettature di una pietra (preziosa) angolare, cui rifarsi ogni volta che c’è bisogno di riflettere sul rapporto tra complessità e immediatezza. Da questo punto di vista, Shorter giunse qui ad una sintesi forse insuperabile. Anche per lui.

1 dicembre 2008
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