Recensioni

7.2

C’è qualcosa di pericolosamente stereotipato nell’immagine di un diciottenne inglese, cresciuto in un paese di una manciata di anime nelle campagne mancuniane, che trova la propria valvola di sfogo nella musica. Ancora di più se questo ragazzo e la sua band (dal nome anch’esso stereotipato il giusto), nel 2019 pubblicano un singolo – Bad Blood – che con il senno di oggi definiamo soltanto un indie-rock molto acerbo (ma che non risparmia loro l’onere di finire sulla playlist di Radio 6).

Poi, però, succede una piccola rivoluzione: Sydney Minsky-Sargeant – è lui, il nostro ragazzino – non è soddisfatto dell’indirizzo preso dal progetto, «non ho mai voluto far parte di una band post-punk» dirà di recente, e i Working Men’s Club si sfaldano pochi giorni prima del loro primo concerto da headliner a Londra. Rimasto senza chitarrista e batterista, con al fianco soltanto Liam Ogburn, Minsky-Sargeant in meno di una settimana rimette in piedi la band assoldando Mairead O’Connor (The Moonlandingz) e Rob Graham (Drenge, Baba Naga). Dopo alcuni live di assestamento, l’amalgama inizia a funzionare: il setup senza batteria trova una quadra, la band ingrana. Questa rinascita dalle proprie ceneri potrà un giorno diventare argomento di costruzione quasi mitologica della storia dei WMC, se sarà il caso. Il punto però è un altro, e si chiama Ross Orton. È l’incontro di Minsky-Sargeant con il produttore di Sheffield (The Fall, M.I.A., Tricky, Arctic Monkeys) a segnare una svolta. Il progetto così abbraccia l’interesse del diciottenne nei confronti della dance culture, la curiosità verso l’escapismo della scena rave e li concilia con l’inevitabile brodo primordiale post-punk col quale pressoché ogni band di quelle parti si ritrova a dover fare i conti.

Il risultato è un disco che si apre proprio con gli echi di un rave in collina, Valleys, allucinata visione madchesteriana della vita nella provincia inglese che si risolve in un pezzo super ballabile. Insieme al primo singolo Teeth, è il biglietto da visita giusto per il nuovo corso (se mai ce ne fosse stato uno vecchio) della band. L’estrosità di Minsky-Sargeant si articola in varie forme durante la tracklist: diventa quasi psichedelica con rimandi ai primi Temples nel pop di Outside, e strizza l’occhio a un funk pop di byrneiana memoria in White Rooms and People, raccontando ancora della vita in un piccolo centro. Le cose più interessanti accadono però quando Minsky-Sargeant lascia da parte il cantato e diventa affabulatore: nella metallica Be My Guest, dove le chitarre inondano la scena lottando con una drum machine implacabile, o nell’incedere robotico e desertico di John Cooper Clarke, un’ode al poeta punk nella quale le somiglianze a nomi come Jarvis Cocker o David Bowie sono ingombranti ma non certo scimmiottate. Cook a Coffee è l’episodio più provocatorio e smaliziato, tuttavia giocoso e irriverente. L’infinita Angel chiude il discorso con in coda un wall of sound di cinque minuti buoni forse addirittura esagerato, ma dopo un esordio così chiudiamo un occhio volentieri.

C’è qualcosa di dannatamente stereotipato, sì, nella storia di un ragazzino inglese che ha tutta l’aria di poter diventare un piccolo genio. Ma questo disco con gli stereotipi sa giocare a nascondino, rimasticando New Order, Human League, Suicide (e perché no anche certi The Fall) in un’atmosfera a metà tra il cupo svolgersi di un’elettronica marziale e lampi di puro desiderio danzereccio. Se queste sono le premesse – e sono tante, alcune più valide delle altre – la creatura di Minsky-Sargeant ha di certo ancora tanto da dimostrare, ma più di una carta in regola per farlo.

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