• Mag
    13
    2016

Album
Wow

42 records

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Risale ad appena due anni fa l’esordio in italiano dei romani WOW (giusto per ricordarlo, si pronuncia “uou”), un album che metteva da parte il garage lo-fi in inglese con il quale la band aveva mosso i suoi primi passi preferendogli brani in italiano che univano un’inedita rivisitazione della canzone tricolore anni Sessanta (Mina, Morricone, le cantanti del Piper e così via) a timide e ambiziose sonorità psych. Con Millanta Tamanta la band ha scelto di alzare ulteriormente l’asticella dello sperimentalismo, non necessariamente sacrificando la forma pop che aveva permeato il precedente Amore sull’altare della psichedelia, ma piuttosto provando a trovare una quadra per quell’interessante e originale mescolanza di mondi.

La favola di Rodari da cui è tratto il titolo del disco narra degli abitanti di una città che distruggono tutto e che quando chiedono il conto dei danni si sentono rispondere con questa simpatica espressione nonsense. È più o meno questo quello che fanno Leo Non e China, i due principali titolari del progetto, distruggere e ripartire senza sosta: rinvigoriti dai riscontri positivi del primo disco, ridisegnata la linea ritmica della band con l’ingresso di Cheb Samir e Thibault Bircker, i due danno una decisa accelerata su chitarre languide, lisergiche, ficcanti, talvolta persino spaghetti western. E se da un lato il cantato languido di China rievoca insistente Patty Pravo e l’unione delle due voci ricorda la stessa fusione vocale dei Baustelle, per il resto il mondo di Millanta Tamanta, nella complessità degli arrangiamenti a tratti cubista e a tratti chiaroscurale, e con un basso che a poco a poco si guadagna uno spazio sempre più centrale, disegna armonie che rincorrono un loro posto nel mondo senza abbandonare definitivamente la rotondità che ha dato il via a questa seconda vita della formazione. I suoni jazz-fusion di Aria così come la fascinosa Arriva arriva, scritta da Calcutta, servono anche a bilanciare questo aspetto. Procedendo lungo la scaletta il disco tocca sonorità space (Bianche) e spettri funk (Le mie manie), fino ad arrivare alla cavalcata proto-prog che dà il titolo all’album e a una conclusiva Le Pointeur De Fleury che fonde lo sperimentalismo del gruppo con le melodie degli chansonnier d’oltralpe.

Il bello degli WOW è che non sanno minimamente dove stanno andando, ma vivono il loro incedere con un’incoscienza genuina che pur rendendo questo lavoro per molti versi ancora acerbo e incompleto, lancia diversi spunti interessanti e meritevoli di attenzione.

18 Maggio 2016
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